Bitcoin è tornato sopra 90.000 dollari mercoledì 28 gennaio 2026, segnando una ripartenza rapida dopo i minimi del weekend in area 86.400. Il punto non è solo la soglia psicologica, ma il contesto: il mercato crypto si è mosso “in anticipo” su un evento macro capace di cambiare umore e liquidità in poche frasi, la prima decisione Fed dell’anno e soprattutto la conferenza stampa di Jerome Powell. In quelle ore, più del livello dei tassi contava la direzione suggerita, cioè se la banca centrale avrebbe dato un segnale di cautela prolungata o lasciato intravedere spazio a nuove mosse nel corso del 2026. Alla fine la Federal Reserve ha effettivamente mantenuto invariato il costo del denaro nel range 3,5%–3,75% nella riunione del 28 gennaio 2026, confermando una pausa dopo i tagli dei mesi precedenti.
In un mercato abituato a reagire in modo “riflesso”, la crypto ha mostrato un copione noto ma sempre istruttivo: prima la spinta, poi la selezione. La risalita è stata alimentata in modo rilevante dalle liquidazioni di posizioni short, cioè scommesse al ribasso costrette a chiudere quando il prezzo sale troppo in fretta. Quando scattano le chiusure forzate, la domanda diventa meccanica, non più discrezionale, e il movimento tende ad accelerare. Nelle 24 ore considerate, CoinGlass ha stimato liquidazioni complessive nell’ordine di centinaia di milioni di dollari e decine di migliaia di trader coinvolti, un dato che fotografa bene quanto la leva conti ancora nelle oscillazioni di breve.
Dentro questo rimbalzo, Ethereum ha dato il segnale più “pulito” di appetito per il rischio, tornando sopra 3.000 dollari: quando ETH guida, spesso significa che il mercato sta ricomponendo esposizioni su più asset e non solo inseguendo il titolo principale. Accanto a ETH, anche XRP ha mostrato forza relativa, mentre la capitalizzazione complessiva del comparto è tornata a ruotare intorno alla soglia dei 3 trilioni: un dato che, più del numero in sé, conta come indicatore di velocità del flusso e di fiducia tattica.
La variabile macro che ha aiutato la narrativa rialzista è stata la debolezza del dollaro. L’indice DXY è sceso verso quota 96, toccando livelli che vari commentatori hanno definito i più bassi dal febbraio 2022. Storicamente, un biglietto verde più fragile tende a rendere più “respirabile” il rischio, perché allenta condizioni finanziarie, ribilancia portafogli globali e riaccende la caccia a rendimenti alternativi. Non è una legge fisica, ma è un vento che spesso soffia nella stessa direzione delle fasi euforiche.
Poi c’è l’altro protagonista, apparentemente lontano dal mondo crypto ma sempre più collegato nell’immaginario degli investitori: l’oro. In queste stesse giornate il metallo giallo ha aggiornato i massimi, superando 5.300 e spingendosi fino a sfiorare 5.600 dollari l’oncia secondo diverse rilevazioni di mercato riportate dalla stampa finanziaria. Quando l’oro corre così, il messaggio è duplice: da un lato aumenta la domanda di bene rifugio in presenza di incertezza geopolitica e politica, dall’altro cresce la tentazione di estendere la categoria “rifugio” anche al Bitcoin come oro digitale. È una narrazione potente, ma va maneggiata con cura: l’oro difende, Bitcoin spesso attacca. Il primo si muove per conservare, il secondo per anticipare. E proprio questa differenza spiega perché, nelle ore di un evento Fed, BTC può sembrare un rifugio e, un attimo dopo, tornare a comportarsi come un asset rischioso ad alta sensibilità.
Sul fronte più “istituzionale”, un segnale interessante è arrivato dagli ETF spot su Bitcoin. Dopo una serie di deflussi, i dati aggregati basati su SoSoValue indicano un ritorno a flussi leggermente positivi il 26 gennaio, con un saldo giornaliero di circa 6,84 milioni di dollari. Numeri modesti, certo, ma il cambio di segno spesso conta più della quantità: suggerisce che una parte del mercato tradizionale ha iniziato a riposizionarsi in modo tattico prima degli snodi macro, magari riducendo coperture o ricostruendo esposizioni dopo aver scaricato rischio nei giorni precedenti.
Il capitolo regolatorio, infine, rimane il vero acceleratore “lento” di questa fase. Per giovedì 29 gennaio 2026 è calendarizzato in Senate Agriculture Committee un business meeting con in agenda il Digital Commodity Intermediaries Act, un testo che punta a chiarire l’architettura dei controlli e, soprattutto, il perimetro di autorità della CFTC sulle attività digitali. È un passaggio di commissione, non la legge definitiva, ma nel mondo crypto anche i segnali intermedi contano: la direzione istituzionale può ridurre il premio per l’incertezza, e il mercato vive di premi. Parallelamente, Reuters ha riportato che in gennaio è stata presentata in Senato una proposta più ampia di regole per il settore, con l’obiettivo dichiarato di definire in modo più netto competenze e classificazioni degli asset digitali. Tradotto: la volatilità non sparirà, ma può cambiare qualità, passando da “caos normativo” a “rischio di mercato” più misurabile.
Resta la parte scomoda, quella che i trader non possono ignorare anche quando l’euforia torna a bussare. La Fed ha tenuto i tassi fermi, ma il mercato continua a dipendere dal tono più che dal numero. Se la banca centrale insiste su inflazione “ancora da domare” o su un sentiero di prudenza, gli asset rischiosi possono perdere trazione rapidamente, e il rimbalzo alimentato da short squeeze può svanire con la stessa velocità con cui è nato. È il paradosso del momento: la crypto vuole essere “matura”, ma vive ancora di reazioni istantanee a parole pronunciate a Washington. E finché la leva resta alta, ogni soglia tonda, come 90.000, è meno un traguardo e più un test psicologico collettivo.