Il rinvio del CLARITY Act a settembre non sta rallentando la corsa delle banche verso la finanza digitale. Mentre il Congresso continua a discutere il quadro normativo destinato a definire le competenze e le regole del mercato degli asset digitali, molti istituti hanno avviato progetti basati su blockchain, depositi tokenizzati e sistemi di regolamento attivi ventiquattr’ore su ventiquattro.
Il punto è che le banche non sembrano più chiedersi se utilizzare infrastrutture onchain, ma come farlo in modo compatibile con la regolamentazione bancaria e con le esigenze di sicurezza, riservatezza e controllo. JPMorgan utilizza la piattaforma Kinexys per i pagamenti istituzionali e ha sviluppato JPMD, un token di deposito rivolto alla clientela istituzionale. Citi, attraverso i propri Token Services, sta sperimentando soluzioni per la gestione della liquidità e dei trasferimenti internazionali.
Il movimento coinvolge però anche il sistema bancario. A giugno un gruppo di grandi istituzioni finanziarie, tra cui JPMorgan, Bank of America, Citi e Wells Fargo, ha sostenuto un’iniziativa guidata da The Clearing House per collegare l’attività onchain alle tradizionali infrastrutture di pagamento. L’obiettivo è consentire compensazione e regolamento dei depositi tokenizzati tra banche, mantenendo il denaro all’interno del sistema bancario regolamentato e rendendo più efficienti operazioni che oggi dipendono da reti separate e orari prestabiliti.
Anche gli istituti regionali stanno accelerando. La Cari Network riunisce banche come Huntington, First Horizon, M&T Bank, KeyCorp e Old National e punta a creare una rete condivisa per l’emissione, il trasferimento e il rimborso di depositi tokenizzati. Il modello è importante perché mostra come la tokenizzazione non sia più un esperimento riservato ai colossi di Wall Street, ma una tecnologia che potrebbe entrare nell’infrastruttura ordinaria dei pagamenti e della tesoreria bancaria.
La crescita delle stablecoin rende questa trasformazione ancora più urgente. Dopo il GENIUS Act, il confronto non riguarda più soltanto la possibilità di usare dollari digitali, ma quale forma di moneta digitale finirà per dominare pagamenti e regolamenti. Le banche vogliono evitare che una parte crescente della liquidità si sposti verso strumenti emessi fuori dal circuito dei depositi tradizionali. I depositi tokenizzati rappresentano quindi anche una risposta competitiva, perché cercano di unire programmabilità e velocità della blockchain con il rapporto giuridico e patrimoniale già esistente tra banca e cliente.
Il vero problema, tuttavia, non è soltanto creare token rappresentativi dei depositi. Ogni deposito resta una passività della banca che lo emette. Un dollaro tokenizzato da JPMorgan e uno emesso da un’altra banca non sono automaticamente lo stesso strumento. Per questo l’interoperabilità dipende dalla capacità delle diverse reti di comunicare, compensare le rispettive obbligazioni e regolare i saldi finali attraverso infrastrutture affidabili.
È qui che il ritardo politico può diventare rilevante. Il CLARITY Act non nasce per disciplinare direttamente i depositi tokenizzati, ma può definire il perimetro generale del mercato digitale statunitense e ridurre l’incertezza nei rapporti tra banche, stablecoin, operatori crypto e autorità di vigilanza. Senza regole sufficientemente chiare, ogni istituto ha un incentivo naturale a costruire sistemi chiusi, controllati internamente e difficili da collegare con quelli dei concorrenti.
Il rischio è quindi quello di trasferire sulla blockchain una frammentazione già conosciuta nella finanza tradizionale, creando nuovi giardini recintati invece di una vera infrastruttura digitale condivisa. La tecnologia per costruire reti private ma interoperabili esiste già, attraverso sistemi di clearing, registri verificabili e strumenti crittografici capaci di proteggere i dati sensibili.
La partita che si riaprirà a Washington a settembre riguarda dunque molto più delle criptovalute. In gioco c’è il modo in cui il denaro bancario potrà circolare nella futura economia digitale. Le banche hanno già iniziato a costruire i binari. Ora la politica deve decidere quali regole guideranno il traffico.