Il settore crypto si trova davanti a una scelta che potrebbe segnare un punto di non ritorno nel rapporto con la politica statunitense. Dopo anni di dialogo, mediazioni e aperture, l’industria delle criptovalute potrebbe arrivare a ritirare il proprio sostegno al disegno di legge sulla struttura del mercato USA se le esigenze fondamentali della DeFi non verranno recepite nel testo finale. Non si tratta di una minaccia tattica, ma di una linea di sopravvivenza tecnologica, giuridica e culturale per la finanza decentralizzata, che vede nel linguaggio normativo in discussione il rischio di essere snaturata alla radice.
La DeFi, fin dalla sua nascita, ha rappresentato una frattura rispetto alla finanza tradizionale. Protocolli aperti, software non custodial, assenza di intermediari, codice pubblico e permissionless. Tutti elementi che hanno consentito un’esplosione di innovazione, ma che oggi entrano in attrito con un impianto regolatorio pensato per banche, broker e intermediari centralizzati. Il disegno di legge statunitense sulla struttura del mercato crypto nasce con l’obiettivo dichiarato di portare chiarezza, ma rischia di produrre l’effetto opposto se non distinguerà in modo netto tra chi scrive codice e chi intermedia capitale.
Gli addetti ai lavori della DeFi hanno confermato di aver avuto la possibilità di presentare le proprie argomentazioni ai legislatori, partecipando a colloqui bipartisan che, almeno sulla carta, avrebbero dovuto portare a un compromesso equilibrato. Tuttavia, mentre il Senato si avvicina alla stesura finale del testo, molte delle richieste imprescindibili del settore restano ancora in una zona grigia. È proprio questa incertezza che alimenta la possibilità di una rottura: sostenere una legge che non protegge gli sviluppatori significherebbe, per la DeFi, legittimare la propria marginalizzazione.
In passato, l’industria crypto ha già dimostrato di saper fare fronte comune. Nell’estate scorsa, oltre cento aziende e organizzazioni del settore, incluse realtà di primo piano come Coinbase, Kraken, Ripple, a16z e Uniswap Labs, hanno firmato una lettera indirizzata ai senatori statunitensi chiarendo un punto essenziale: senza tutele per gli sviluppatori, non può esserci sostegno politico. Quel documento non era una presa di posizione ideologica, ma un avvertimento pragmatico sulle conseguenze sistemiche di una regolamentazione mal calibrata.
Il cuore della questione è proprio la protezione degli sviluppatori di software. La DeFi non funziona come una banca o un exchange centralizzato. Gli sviluppatori scrivono codice, lo pubblicano e, nella maggior parte dei casi, non controllano né i fondi degli utenti né l’uso che terzi fanno di quel codice. Se il legislatore decidesse di considerarli responsabili legalmente per le azioni compiute da altri attraverso i loro protocolli, l’intero ecosistema collasserebbe. Non per mancanza di capitale o di domanda, ma per impossibilità giuridica di operare. Amanda Tuminelli, direttrice esecutiva del DeFi Education Fund, ha ribadito che gli sviluppatori che non agiscono come intermediari non devono essere trattati come intermediari ai fini delle leggi su titoli e materie prime.
Accanto alla protezione degli sviluppatori, un altro punto non negoziabile è la custodia autonoma, la cosiddetta self-custody. La possibilità per gli individui di detenere direttamente i propri asset digitali è uno dei pilastri della filosofia crypto. Senza self-custody, la promessa di sovranità finanziaria si svuota di significato. Eppure, proprio su questo tema si registra una forte resistenza da parte della finanza tradizionale, che teme un modello in cui aziende crypto possano offrire strumenti di custodia non intermediata senza sottostare alle stesse regole degli operatori finanziari classici. Nei documenti interni emersi dopo i primi negoziati del 2026, la self-custody figura ancora tra i punti irrisolti, una circostanza che il settore DeFi considera una vera e propria linea rossa.
Un ulteriore nodo critico riguarda la classificazione degli sviluppatori come trasmettitori di denaro. Una proposta normativa già approvata dalla Camera chiarisce che chi non detiene né controlla i fondi dei clienti non può essere assimilato a servizi come PayPal o Venmo. Questo principio è stato recepito in parte dal Senato, ma non è ancora garantito che resti intatto nella versione finale. Se gli sviluppatori DeFi venissero equiparati a money services business, sarebbero automaticamente soggetti al Bank Secrecy Act, con obblighi di raccolta dati e segnalazione che risultano tecnicamente incompatibili con protocolli decentralizzati. Non si tratterebbe di una regolamentazione severa, ma di una regolamentazione impossibile da rispettare.
Sul tavolo c’è anche il tema della finanza illecita, una delle principali preoccupazioni del fronte democratico. È prevista l’introduzione di una sezione che rafforzi i poteri del Dipartimento del Tesoro nella lotta a riciclaggio, ransomware e finanziamento criminale. Il timore della DeFi è che questo si traduca nella facoltà di stilare liste nere di protocolli o sviluppatori, applicando di fatto sanzioni extragiudiziali a software open source. Ancora una volta, il problema non è l’obiettivo dichiarato, ma lo strumento scelto per raggiungerlo.
In questo contesto, il ruolo della finanza tradizionale appare sempre più centrale. Secondo i leader del settore, gruppi industriali come SIFMA stanno esercitando una pressione crescente per ridimensionare le richieste della DeFi, cercando di orientare il disegno di legge verso un impianto più vicino agli interessi degli intermediari storici. È uno scontro di visioni prima ancora che di interessi: da un lato un sistema aperto, globale e programmabile, dall’altro un modello regolato, autorizzato e fortemente centralizzato.
Il destino del disegno di legge dipenderà ora dal linguaggio finale che emergerà nei prossimi giorni. I repubblicani stanno spingendo per una votazione rapida in commissione, mentre i negoziati con i democratici proseguono in un clima di tensione. La senatrice Cynthia Lummis ha recentemente condiviso sui social l’immagine di quella che sembra essere la prima pagina operativa del Responsible Financial Innovation Act, segnale che il processo legislativo è entrato nella sua fase decisiva.
Se le richieste della DeFi verranno ignorate, il settore crypto potrebbe trovarsi davanti a una scelta drastica ma coerente con la propria storia: ritirare il supporto politico a una legge che, invece di dare certezza, rischia di soffocare l’innovazione. In gioco non c’è solo una normativa, ma il futuro stesso della finanza decentralizzata come alternativa reale ai modelli tradizionali.