Jeremy Grantham torna a colpire Bitcoin nel momento in cui il mercato delle criptovalute mostra segnali di nervosismo e gli investitori si interrogano sulla reale tenuta dell’asset più famoso del settore. Il miliardario statunitense, cofondatore di GMO e figura molto ascoltata a Wall Street per le sue previsioni sulle grandi bolle finanziarie, ha espresso una posizione durissima: secondo lui Bitcoin non avrebbe un valore economico sostanziale e sarebbe destinato a perdere progressivamente rilevanza nel tempo.
La critica non arriva da un osservatore qualsiasi. Grantham è noto per aver individuato in anticipo alcune delle fasi speculative più importanti degli ultimi decenni, dalla bolla dot-com al mercato immobiliare americano prima della crisi del 2008. Proprio per questo, le sue parole pesano più di una semplice opinione contraria alle criptovalute. Il punto centrale del suo ragionamento è che Bitcoin, a differenza di un’azione o di un’obbligazione, non produce flussi di cassa, non distribuisce dividendi, non rappresenta una quota di un’attività produttiva e non consente di calcolare un valore fondamentale con criteri tradizionali.
Per Grantham, il problema è anche pratico. Bitcoin viene spesso presentato come moneta alternativa, ma nella vita quotidiana resta poco utilizzato per pagare beni e servizi. La sua volatilità rende difficile impiegarlo come mezzo di scambio stabile, mentre la sua adozione commerciale non è paragonabile a quella dei circuiti di pagamento tradizionali. In questa prospettiva, l’idea di Bitcoin come valuta globale appare più una narrazione finanziaria che una realtà economica pienamente funzionante.
Un altro bersaglio delle critiche riguarda il meccanismo di consenso basato sul proof-of-work. La rete Bitcoin consuma energia per validare transazioni e proteggere il sistema, ma Grantham considera questo dispendio privo di utilità economica generale. I sostenitori di Bitcoin replicano che proprio quel consumo energetico garantisce sicurezza, decentralizzazione e resistenza alla censura. Lo scontro, quindi, non è soltanto finanziario, ma riguarda la diversa idea di valore: da una parte il valore misurato con redditività, utili e produttività; dall’altra il valore fondato su scarsità digitale, autonomia dalla politica monetaria e fiducia in un’infrastruttura non controllata da singoli intermediari.
Il contesto di mercato rende il dibattito ancora più acceso. Dopo i massimi raggiunti negli anni precedenti, Bitcoin ha attraversato una fase di forte correzione, con prezzi lontani dai picchi e una domanda istituzionale meno brillante rispetto alle fasi di euforia. Anche gli ETF spot, che avevano alimentato aspettative molto elevate, hanno mostrato segnali di raffreddamento. Per gli scettici, è la prova che l’interesse può svanire quando cala la spinta speculativa. Per i sostenitori, invece, le correzioni fanno parte della storia ciclica di Bitcoin e non cancellano la sua funzione di bene digitale scarso.
La questione resta aperta perché Bitcoin divide da sempre il mondo finanziario. Per alcuni è una bolla destinata a sgonfiarsi lentamente, incapace di generare valore reale e sostenuta soprattutto dalla speranza di rivendere a un prezzo più alto. Per altri è un nuovo standard monetario digitale, ancora giovane, imperfetto, ma già capace di cambiare il rapporto tra risparmio, tecnologia e sovranità finanziaria.
Le parole di Grantham riportano al centro una domanda essenziale: Bitcoin è un asset senza fondamentali oppure i fondamentali vanno cercati in categorie nuove, non ancora comprese dalla finanza tradizionale? La risposta non è scontata. Di certo, ogni fase di debolezza del mercato riapre il processo a Bitcoin. Ma ogni sua ripresa costringe gli scettici a spiegare perché un presunto nulla continui, nonostante tutto, ad attirare capitali, attenzione e conflitto culturale. È qui che si gioca la partita più delicata: non soltanto sul prezzo di mercato, ma sulla capacità di Bitcoin di sopravvivere alle critiche, alle crisi di liquidità e al giudizio, spesso severo, della finanza tradizionale.