Le stablecoin stanno diventando molto più di un ponte tra le valute tradizionali e il mercato delle criptovalute. In numerose economie emergenti vengono usate come riserva di valore, strumento per trasferire denaro e accesso digitale al dollaro statunitense. Questa crescita apre però un problema per governi e banche centrali: strumenti nati su reti globali possono ridurre l’efficacia dei controlli sui capitali e accelerare una nuova dollarizzazione fuori dal sistema bancario.
A richiamare l’attenzione è uno studio pubblicato dalla Banca dei Regolamenti Internazionali e firmato dagli economisti Boris Hofmann, Aaron Mehrotra e Jan Paulick. La ricerca confronta la tradizionale dollarizzazione dei depositi con i flussi di stablecoin ancorate al dollaro. L’analisi utilizza dati sui depositi in valuta estera relativi a oltre 130 economie e informazioni sui trasferimenti di stablecoin provenienti da 184 Paesi tra il 2017 e il 2024.
Le due forme di dollarizzazione nascono spesso dalle stesse paure. Quando una moneta nazionale perde valore, l’inflazione aumenta o il sistema finanziario attraversa una crisi, famiglie e imprese cercano strumenti capaci di conservare il potere d’acquisto. In passato la scelta più comune era aprire un conto in dollari. Oggi basta uno smartphone per acquistare token come USDT o USDC e conservarli in un portafoglio digitale.
La differenza decisiva riguarda la capacità delle autorità di intervenire. I depositi bancari si trovano presso istituzioni autorizzate, obbligate a rispettare limiti valutari, controlli antiriciclaggio e restrizioni sui movimenti di capitale. Le stablecoin possono invece circolare su blockchain pubbliche e rimanere in portafogli personali non gestiti da intermediari. Lo studio non rileva una relazione statisticamente significativa tra le restrizioni ai flussi di capitale e gli afflussi di stablecoin, mentre le autorizzazioni richieste per detenere conti in valuta estera hanno storicamente ridotto la dollarizzazione bancaria di circa 25-32 punti percentuali.
Questo non significa che ogni trasferimento in stablecoin sia illecito o finalizzato ad aggirare le regole. Questi strumenti possono offrire accesso alla liquidità in dollari e una forma alternativa di conservazione del valore nei Paesi in cui la moneta locale è instabile. Il problema nasce quando grandi quantità di risparmio si spostano verso attività denominate in dollari senza passare attraverso i canali sui quali le autorità esercitano normalmente la vigilanza.
La conseguenza può essere una progressiva perdita di centralità della moneta nazionale. Se cittadini e imprese iniziano a misurare prezzi, risparmi e contratti in dollari digitali, le decisioni della banca centrale diventano più difficili da applicare all’intera economia. Lo studio precisa che non emergono ancora prove forti di un impatto significativo sulla trasmissione della politica monetaria, ma evidenzia la persistenza della dollarizzazione: una volta entrata nelle abitudini economiche, difficilmente scompare quando la crisi si attenua.
Il fenomeno rafforza anche il ruolo internazionale del dollaro. La capitalizzazione delle stablecoin è quasi triplicata dal 2023 e i due principali token collegati alla valuta statunitense, USDT e USDC, rappresentano insieme oltre l’80 per cento del mercato. La finanza digitale, presentata spesso come alternativa alle strutture tradizionali, potrebbe quindi estendere ulteriormente l’influenza monetaria degli Stati Uniti nelle economie caratterizzate da inflazione elevata, instabilità bancaria o controlli valutari rigidi.
Per i regolatori la sfida non sarà semplicemente vietare le stablecoin. Restrizioni troppo severe potrebbero spingere gli utenti verso piattaforme straniere, mercati informali e portafogli personali ancora più difficili da controllare. Serviranno regole sugli emittenti, trasparenza delle riserve, vigilanza sugli intermediari, tutela dei possessori e cooperazione internazionale. Sarà inoltre necessario distinguere gli usi economici legittimi dai comportamenti diretti a eludere obblighi fiscali, sanzioni o limiti ai trasferimenti.
La ricerca non offre una condanna definitiva delle stablecoin, ma segnala un cambiamento strutturale. Il denaro digitale ancorato al dollaro consente di spostare valore con una velocità e una libertà che gli strumenti tradizionali non possiedono. Proprio questa efficienza mette in difficoltà sistemi di controllo costruiti intorno alle banche e ai confini nazionali. La nuova dollarizzazione non passa più soltanto dagli sportelli: viaggia sulle blockchain e costringe gli Stati a ripensare gli strumenti della politica monetaria.