Le valute asiatiche hanno aperto la settimana in territorio negativo, travolte da una nuova ondata di tensioni geopolitiche che ha riportato al centro della scena il Medio Oriente e, soprattutto, il nodo strategico dello Stretto di Hormuz. Gli attacchi militari condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno innescato un immediato balzo del prezzo del petrolio, con il Brent salito di circa il 10% fino a sfiorare gli 80 dollari al barile nelle contrattazioni fuori mercato di domenica. Alcuni analisti non escludono che le quotazioni possano spingersi fino a 100 dollari qualora il traffico marittimo nello stretto dovesse subire interruzioni prolungate.
Il timore dei mercati è chiaro: oltre il 20% delle forniture petrolifere globali transita attraverso questo corridoio marittimo cruciale. Dopo l’avvertimento di Teheran alle petroliere di evitare il passaggio nell’area, molti armatori e grandi compagnie energetiche hanno sospeso le spedizioni di greggio, carburanti e gas naturale liquefatto. La conseguenza è stata immediata: una nuova ondata di volatilità sui mercati energetici e una fuga verso asset considerati più sicuri.
In Asia, tuttavia, la dinamica è apparsa più complessa. Le economie della regione sono in larga parte importatrici nette di energia e quindi particolarmente esposte a un rialzo dei costi petroliferi. Questo si traduce in pressioni sulle partite correnti, incremento dell’inflazione e indebolimento delle divise locali. La rupia indonesiana ha perso fino allo 0,45% contro il dollaro nelle prime ore di contrattazione, costringendo la banca centrale a intervenire sia sul mercato spot sia su quello dei contratti forward non consegnabili per contenere la volatilità e ancorare il cambio ai fondamentali macroeconomici.
Il quadro non è più rassicurante per altre monete chiave della regione. Lo yen giapponese, tradizionalmente considerato valuta rifugio, ha mostrato un andamento incerto. Il dollaro ha guadagnato lo 0,2% contro la valuta nipponica, segnalando che il consueto meccanismo di protezione nelle fasi di crisi geopolitica è stato in parte neutralizzato dal fatto che il Giappone importa quasi la totalità del proprio fabbisogno petrolifero. In altre parole, l’aumento dei prezzi energetici rappresenta un fattore di rischio diretto per l’economia giapponese, limitando l’attrattiva dello yen.
Anche lo yuan offshore ha registrato pressioni, con il cambio USD/CNY in rialzo dello 0,21%. La Cina è uno dei principali acquirenti di greggio iraniano e un’eventuale riduzione delle esportazioni da Teheran potrebbe incidere in modo significativo sulle sue forniture. Nel 2025 Pechino ha importato in media oltre 1,3 milioni di barili al giorno di petrolio iraniano, una quota rilevante delle sue importazioni via mare. Un’interruzione prolungata comporterebbe un aumento dei costi e un possibile riassetto delle rotte di approvvigionamento.
Tra le economie più vulnerabili figurano anche Corea del Sud, India e Filippine. Il won sudcoreano, la rupia indiana e il peso filippino risentono in modo diretto delle oscillazioni del greggio. Per l’India, ogni aumento di 10 dollari al barile può tradursi in un aggravio compreso tra 13 e 14 miliardi di dollari l’anno sulla bolletta energetica. Un rincaro stabile sopra gli 80 dollari rischia di ampliare il deficit delle partite correnti e di alimentare nuove pressioni inflazionistiche. Secondo alcune stime, un incremento di 10 dollari potrebbe aggiungere fino a oltre un punto percentuale all’inflazione in diversi Paesi asiatici.
In questo contesto, le banche centrali sono chiamate a un delicato esercizio di equilibrio. Difendere le valute attraverso interventi diretti o rialzi dei tassi può stabilizzare i cambi nel breve periodo, ma rischia di frenare la crescita economica. D’altro canto, lasciare scivolare le divise potrebbe aggravare l’inflazione importata, soprattutto in economie fortemente dipendenti da energia e materie prime estere.
L’annuncio dell’OPEC+ di aumentare la produzione di oltre 200 mila barili al giorno a partire da aprile ha temporaneamente attenuato le tensioni, ma molti operatori ritengono che l’incremento sia insufficiente a compensare eventuali perdite di offerta iraniana o blocchi nello Stretto di Hormuz. Il mercato resta quindi in una fase di attesa nervosa, sospeso tra diplomazia e rischio escalation.
Il quadro complessivo suggerisce che la stabilità delle valute asiatiche dipenderà non solo dall’evoluzione militare, ma anche dalla capacità delle autorità monetarie di gestire le aspettative e contenere l’impatto dei prezzi energetici su inflazione e crescita. In un’Asia che continua a essere il motore della domanda globale, il petrolio torna così a essere la variabile decisiva capace di orientare flussi di capitale, politiche economiche e prospettive di sviluppo.