L’allarme lanciato da RBC Capital Markets fotografa un passaggio che fino a poco tempo fa sembrava teorico e che oggi appare sempre più concreto. La crescita di criptovalute e soprattutto delle stablecoin non riguarda più soltanto il trading o la speculazione, ma entra nel cuore della tesoreria aziendale, dei pagamenti corporate e della gestione della liquidità. È qui che si gioca la vera partita. Se una parte crescente delle imprese dovesse iniziare a spostare fondi, regolamenti e flussi di cassa su infrastrutture basate su blockchain, le grandi banche europee potrebbero trovarsi di fronte non a una semplice innovazione tecnologica, ma a una trasformazione strutturale del proprio modello di ricavo.
Secondo l’analisi di RBC, le banche più esposte a questo scenario sarebbero HSBC e Deutsche Bank, proprio perché una quota rilevante dei loro ricavi dipende dai servizi di pagamento alle imprese. Il punto è semplice. Se le aziende iniziano a usare circuiti alternativi, magari più rapidi, più continui e potenzialmente meno costosi, una parte delle commissioni che oggi alimentano i margini bancari rischia di assottigliarsi. In parallelo, se i depositi aziendali si spostano almeno in parte verso strumenti digitali come le stablecoin, per le banche aumenta anche il costo della raccolta. In altri termini, la pressione non arriverebbe da un solo lato, ma da due fronti distinti e convergenti. Da una parte si comprimono i margini sui pagamenti transfrontalieri, dall’altra si indebolisce la stabilità della base di depositi su cui le banche costruiscono la propria intermediazione.
Questo è il motivo per cui la questione non può essere liquidata come un allarme eccessivo. È vero che, allo stato attuale, l’offerta globale di stablecoin resta ancora limitata rispetto alla massa dei depositi bancari tradizionali. Tuttavia, il mercato guarda sempre meno alla fotografia del presente e sempre più alla direzione del movimento. Ed è proprio questa traiettoria a inquietare il settore. Anche analisi indipendenti hanno evidenziato che, persino in scenari di adozione moderata, le banche potrebbero subire effetti rilevanti sia sul costo del funding sia sulle commissioni. La vera forza delle stablecoin non sta solo nella loro natura digitale, ma nella possibilità di trasferire valore con maggiore continuità, su base globale, in tempi più coerenti con la velocità del commercio internazionale.
A ciò si aggiunge un tema più delicato, che tocca il terreno della regolazione. Se gli emittenti di stablecoin riuscissero a offrire al mercato strumenti percepiti come simili ai depositi, o comunque competitivi rispetto ad essi, senza sopportare gli stessi obblighi prudenziali delle banche, si aprirebbe una forma di concorrenza asimmetrica. È questo il punto che inquieta molti operatori tradizionali. La sfida non consiste soltanto nell’innovazione, ma nel rischio che la nuova architettura del denaro digitale si sviluppi in una zona di vantaggio regolatorio. Per il sistema bancario europeo, già gravato da requisiti patrimoniali stringenti e da una redditività spesso inferiore rispetto ai grandi colossi statunitensi, una simile dinamica potrebbe tradursi in un ulteriore indebolimento competitivo.
Eppure il quadro non è soltanto difensivo. Invero, la stessa analisi suggerisce che la disruption può diventare anche un’occasione. Le banche che si muovono in anticipo sull’infrastruttura degli asset digitali possono aprire nuove fonti di ricavo nella tokenizzazione, nei servizi di conversione, nella custodia, nel cambio on-chain e nella costruzione di piattaforme interoperabili tra finanza tradizionale e nuova economia digitale. HSBC, sotto questo profilo, sembra aver già colto la direzione del cambiamento. La piattaforma Orion mostra che una grande banca può provare a occupare questo nuovo spazio non come soggetto passivo, ma come protagonista dell’evoluzione. Il fatto che il Regno Unito abbia individuato proprio questa infrastruttura per un progetto pilota su titoli di Stato tokenizzati è un segnale politico e finanziario insieme.
Anche in Europa continentale il movimento è ormai evidente. Il progetto Qivalis, sviluppato da un consorzio di grandi banche e orientato a una stablecoin in euro compatibile con il quadro MiCA, indica che gli istituti non vogliono lasciare il terreno interamente alle società native del mondo crypto. Sullo sfondo pesa anche la posizione della BCE, che considera la crescita delle stablecoin private come una sfida diretta alla sovranità monetaria dell’eurozona. Il risultato è che le banche europee si trovano davanti a un bivio molto netto. Possono subire la pressione competitiva delle nuove reti di pagamento, oppure possono entrare esse stesse nella trasformazione e contribuire a disegnare il nuovo ordine del denaro digitale.
La previsione di una possibile erosione del 7% dei ricavi non va quindi letta come una sentenza, ma come un avvertimento. Il messaggio è che la finanza sta cambiando forma e che il vantaggio storico delle banche nei pagamenti e nella gestione della liquidità non può più essere considerato intoccabile. Le criptovalute e le stablecoin non hanno ancora vinto questa partita, ma hanno già imposto una nuova grammatica. E nel lessico della prossima finanza europea, la capacità di adattarsi conterà almeno quanto la dimensione patrimoniale.