Il Congresso americano prova a risolvere uno dei problemi più complessi della regolamentazione delle criptovalute, stabilire quando un protocollo DeFi possa essere considerato realmente decentralizzato e quando, invece, dietro il codice continui a esistere un soggetto capace di controllarne il funzionamento. La nuova versione del CLARITY Act introduce una distinzione destinata ad avere conseguenze importanti per l’intero settore, proprio mentre il Senato si prepara a una votazione procedurale decisiva prevista per il 15 settembre.
Il principio alla base della modifica è relativamente semplice. Non basta definire una piattaforma decentralizzata per sottrarla automaticamente alle regole applicabili agli intermediari finanziari. Se una persona, una società o un gruppo coordinato può modificare in maniera sostanziale il protocollo, cambiare le regole, bloccare utenti oppure intervenire sulle transazioni, il sistema potrebbe essere considerato non realmente decentralizzato.
Questa impostazione cerca di affrontare una delle zone grigie più discusse della finanza decentralizzata. Molti protocolli funzionano attraverso smart contract e infrastrutture blockchain, ma conservano allo stesso tempo chiavi amministrative, sistemi di aggiornamento o meccanismi di governance che consentono a soggetti identificabili di intervenire. La questione diventa quindi stabilire fino a che punto un protocollo possa essere governato senza trasformarsi, dal punto di vista normativo, in un intermediario tradizionale.
Il testo punta a concentrare gli obblighi sui soggetti che esercitano un controllo effettivo. SEC e CFTC dovrebbero definire regole specifiche in materia di registrazione, comportamento, trasparenza, conservazione dei dati e supervisione, mentre il Dipartimento del Tesoro avrebbe il compito di chiarire l’applicazione del Bank Secrecy Act e delle norme contro il riciclaggio.
Il progetto cerca comunque di evitare che qualsiasi forma di intervento tecnico venga automaticamente considerata controllo. La partecipazione a organismi dedicati alla sicurezza o alla risposta agli incidenti, per esempio, non dovrebbe essere sufficiente da sola per trasformare sviluppatori o membri di un security council in gestori del protocollo. Lo stesso principio mira a proteggere nodi, validatori, relayer e sviluppatori che forniscono infrastrutture senza esercitare un potere concreto sui fondi o sulle decisioni degli utenti.
La distinzione è fondamentale perché la DeFi nasce proprio con l’obiettivo di eliminare o ridurre il ruolo degli intermediari. Applicare indistintamente le regole previste per banche, broker ed exchange centralizzati rischierebbe di rendere impossibile lo sviluppo di protocolli realmente autonomi. Allo stesso tempo, lasciare fuori dal perimetro regolamentare piattaforme controllate da soggetti ben identificabili potrebbe creare una strada semplice per aggirare gli obblighi previsti per il mercato finanziario tradizionale.
Il CLARITY Act prova quindi a spostare l’attenzione dall’etichetta utilizzata dal progetto alla sua struttura concreta. La domanda non sarebbe più soltanto se una piattaforma si presenta come DeFi, ma chi possiede realmente il potere di modificarla, limitarne l’accesso o determinarne il funzionamento.
La battaglia politica resta però aperta. I repubblicani dispongono di 53 seggi al Senato e, per superare la soglia dei 60 voti necessaria alla chiusura del dibattito e all’avvio formale dell’esame, servirà il sostegno di almeno sette democratici se il fronte repubblicano rimarrà compatto. Restano inoltre aperte altre questioni, tra cui le norme etiche, il rapporto con il settore bancario e il trattamento delle ricompense legate alle stablecoin.
Il voto del 15 settembre sarà quindi molto più di un passaggio tecnico. In gioco c’è il tentativo degli Stati Uniti di costruire finalmente un quadro federale stabile per il mercato degli asset digitali. E il modo in cui verrà definita la DeFi potrebbe diventare uno dei precedenti più importanti per stabilire dove termina il semplice codice e dove comincia, invece, una vera attività finanziaria soggetta a controllo.
L’India accelera sulla tokenizzazione della finanza tradizionale e sceglie uno dei mercati più importanti del Paese per sperimentare una nuova infrastruttura digitale. Con il progetto Demat 2.0, la Securities and Exchange Board of India ha avviato un programma pilota per l’emissione e il regolamento di obbligazioni societarie tokenizzate, utilizzando la rupia digitale all’ingrosso sviluppata dalla Reserve Bank of India. L’obiettivo è portare su registri distribuiti una parte di un mercato dei corporate bond valutato intorno ai 620 miliardi di dollari, mantenendo però il sistema all’interno di un perimetro regolamentato e controllato.
Il primo elemento da chiarire è che non si tratta di trasformare le obbligazioni in criptovalute. I bond restano strumenti finanziari tradizionali, con un emittente, un tasso d’interesse, una scadenza e precisi diritti per gli investitori. A cambiare è la loro rappresentazione tecnica. Il titolo può essere registrato come token digitale su un’infrastruttura DLT permissioned, accessibile quindi soltanto agli operatori autorizzati. Proprietà, trasferimenti e alcune istruzioni operative possono così essere gestiti direttamente attraverso un registro digitale condiviso.
Il progetto ha già mosso i primi capitali. REC, società pubblica attiva nel finanziamento del settore energetico e infrastrutturale, ha raccolto 500 crore di rupie attraverso una delle prime emissioni pilota. A questa operazione si sono aggiunte quelle di Larsen & Toubro e IIFL Finance. Complessivamente le prime emissioni hanno raggiunto 1.025 crore di rupie. Si tratta ancora di una cifra limitata rispetto alle dimensioni complessive del mercato obbligazionario indiano, ma il valore dell’esperimento è soprattutto tecnologico e regolamentare.
La parte più innovativa riguarda infatti il regolamento delle operazioni. Nel sistema tradizionale il trasferimento del titolo e il pagamento possono viaggiare attraverso infrastrutture differenti, rendendo necessario coordinare diversi passaggi e riconciliare le registrazioni. Demat 2.0 punta invece a collegare direttamente il bond tokenizzato con la rupia digitale wholesale della banca centrale. Nasce così un meccanismo di delivery versus payment atomico, nel quale il trasferimento del titolo e quello del denaro avvengono contemporaneamente. Se una delle due componenti non viene eseguita, anche l’altra resta bloccata.
Questo modello può ridurre il rischio di regolamento, abbreviare i tempi delle operazioni e diminuire il numero di passaggi necessari tra intermediari, depositari e sistemi di pagamento. La programmabilità della tecnologia può inoltre consentire di automatizzare diverse attività successive all’emissione. Il pagamento delle cedole, il rimborso del capitale e altri eventi legati alla vita del titolo potrebbero essere gestiti attraverso smart contract, purché inseriti in una struttura tecnologica compatibile con le norme del mercato finanziario.
La sperimentazione indiana assume particolare rilievo anche per un’altra ragione. Il Paese ha mantenuto negli anni un atteggiamento prudente nei confronti delle criptovalute private, ma sta mostrando una disponibilità molto maggiore verso l’utilizzo della blockchain e dei registri distribuiti all’interno della finanza regolamentata. La scelta non è quindi quella di sostituire banche, autorità e infrastrutture centrali con reti aperte e decentralizzate. L’obiettivo è utilizzare alcune tecnologie nate nell’economia digitale per rendere più efficiente il sistema finanziario esistente.
La presenza della rupia digitale della RBI nel processo di settlement rende questa impostazione ancora più evidente. Titolo e denaro possono muoversi all’interno di infrastrutture digitali interoperabili, aprendo la strada a un mercato nel quale la rappresentazione dell’attività finanziaria e il mezzo utilizzato per pagarla diventano entrambi programmabili. È uno dei passaggi più importanti per comprendere la differenza tra semplice digitalizzazione e vera tokenizzazione dei mercati.
Restano però diversi ostacoli. La tokenizzazione non crea automaticamente liquidità e non garantisce che un’obbligazione trovi più facilmente compratori e venditori. Servono regole chiare sulla custodia degli asset, sulla titolarità giuridica dei token, sull’interoperabilità tra piattaforme, sulla sicurezza degli smart contract e sul trattamento contabile e fiscale. Anche il mercato secondario deve ancora essere sperimentato su scala significativa.
Le prossime fasi saranno quindi decisive. Il progetto punta ad arrivare progressivamente alla negoziazione secondaria e, in prospettiva, a un possibile ampliamento dell’accesso agli investitori retail. Se il modello funzionerà, l’India potrebbe costruire una delle più grandi infrastrutture finanziarie al mondo in cui titoli tradizionali tokenizzati e moneta digitale di banca centrale operano nello stesso ecosistema. Non sarebbe soltanto un aggiornamento tecnologico del mercato obbligazionario, ma un passo concreto verso una finanza nella quale asset, denaro e regolamento delle transazioni diventano parti della stessa architettura digitale.
Nasdaq, Boerse Stuttgart e una vasta rappresentanza dell’industria finanziaria e digitale stanno aumentando la pressione sulle istituzioni europee affinché venga ampliato in modo deciso lo spazio concesso alla tokenizzazione degli strumenti finanziari. Il punto centrale riguarda il DLT Pilot Regime, il quadro normativo introdotto dall’Unione Europea per consentire la sperimentazione di infrastrutture di mercato basate sulla tecnologia dei registri distribuiti. Oggi il valore complessivo degli strumenti finanziari ammessi su una singola infrastruttura DLT non può superare i 6 miliardi di euro, una soglia che una parte crescente del mercato considera ormai incompatibile con lo sviluppo della finanza digitale su larga scala.
La Commissione europea ha già riconosciuto la necessità di intervenire. La partecipazione al regime pilota è stata finora relativamente contenuta e Bruxelles ha proposto di allargarne portata e durata, anche per rendere più competitivo il mercato europeo rispetto alle altre grandi piazze finanziarie internazionali. Tra le ipotesi sul tavolo figura l’innalzamento del limite dagli attuali 6 miliardi fino a 100 miliardi di euro. Per gli operatori, tuttavia, questo salto quantitativo non sarebbe ancora sufficiente.
Una coalizione che comprende realtà della finanza tradizionale e dell’ecosistema blockchain ha quindi chiesto al Consiglio e al Parlamento europeo una scelta molto più ambiziosa. L’opzione preferita sarebbe l’eliminazione completa del tetto massimo. In alternativa, viene indicata una soglia di almeno 1.500 miliardi di euro, quindici volte superiore ai 100 miliardi ipotizzati dalla Commissione. Tra i soggetti che sostengono l’iniziativa figurano Nasdaq, Boerse Stuttgart Group, Securitize, associazioni fintech europee, Adan, Crypto Council for Innovation ed European Ethereum Institute.
La questione è importante perché il limite non viene calcolato sulla quantità effettiva degli scambi effettuati, ma sul valore degli strumenti finanziari ammessi all’interno dell’infrastruttura. Una piattaforma potrebbe quindi raggiungere rapidamente il tetto previsto dalla normativa semplicemente rendendo disponibili titoli con una capitalizzazione elevata, anche se il volume delle operazioni realmente eseguite fosse molto più contenuto. Secondo i firmatari della richiesta, questo meccanismo rischia di impedire ai progetti europei di raggiungere dimensioni sufficienti per competere a livello internazionale. La stessa coalizione sostiene che alcune iniziative europee avrebbero già raggiunto valori nell’ordine dei 350 miliardi di euro, anche se nella lettera non vengono indicati i singoli progetti utilizzati per formulare questa stima.
Dietro il confronto sui numeri emerge una questione più ampia. La tokenizzazione consente di rappresentare azioni, obbligazioni, quote di fondi e altri strumenti finanziari attraverso registri distribuiti, creando infrastrutture nelle quali emissione, trasferimento e regolamento possono essere maggiormente automatizzati. La Commissione europea ritiene che queste tecnologie possano ridurre alcune inefficienze nei pagamenti e nel settlement, migliorare la gestione della liquidità e rendere programmabili determinati processi finanziari. Il DLT Pilot Regime permette proprio di sperimentare queste soluzioni attraverso deroghe mirate ad alcune disposizioni della MiFID II e del regolamento sui depositari centrali, mantenendo comunque presidi di tutela degli investitori e integrità del mercato.
Il settore chiede anche condizioni competitive uguali per tutti. Nella lettera vengono contestate le ipotesi che prevedrebbero soglie più elevate per i depositari centrali tradizionali rispetto alle nuove infrastrutture DLT. Secondo gli operatori, concedere capacità maggiori agli incumbent potrebbe creare uno squilibrio strutturale proprio nel momento in cui il mercato dovrebbe favorire innovazione e nuovi modelli tecnologici. La richiesta è quindi quella di applicare criteri omogenei quando attività e rischi risultano comparabili.
La discussione europea va dunque molto oltre una semplice modifica tecnica. Bruxelles deve decidere quanto spazio concedere alla trasformazione digitale dei mercati dei capitali senza rinunciare alle garanzie che caratterizzano il sistema finanziario europeo. Il nodo è trovare un equilibrio tra controllo del rischio e possibilità di crescita. Se i limiti resteranno troppo bassi, le piattaforme potrebbero sviluppare altrove le proprie infrastrutture. Se saranno invece modificati con sufficiente flessibilità, il DLT Pilot Regime potrebbe trasformarsi da ambiente sperimentale in uno dei principali laboratori mondiali della finanza tokenizzata.
Kalshi vuole portare nel mercato azionario americano uno degli strumenti che hanno contribuito maggiormente alla crescita del trading sulle criptovalute. La piattaforma, conosciuta soprattutto per i mercati previsionali, si prepara a chiedere l’autorizzazione per circa sessanta futures perpetui collegati ad azioni ed ETF, con nomi come Tesla, Nvidia e Apple tra i possibili sottostanti. La novità più rilevante non riguarda soltanto il prodotto finanziario, ma il modello di mercato che potrebbe nascere, con contratti negoziabili ventiquattro ore su ventiquattro e sette giorni su sette, anche quando Wall Street è chiusa.
I perpetual futures, spesso abbreviati in perps, sono derivati privi di una data di scadenza. Consentono di assumere una posizione rialzista o ribassista sull’andamento di un’attività senza acquistare direttamente il titolo sottostante. Il loro prezzo viene mantenuto vicino a quello dell’asset di riferimento attraverso un sistema di pagamenti periodici tra operatori, noto come funding rate. La struttura permette inoltre l’utilizzo della leva finanziaria, che può amplificare i profitti ma anche accelerare le perdite e le liquidazioni delle posizioni.
Il modello è diventato centrale nell’universo crypto proprio perché elimina uno dei limiti tipici dei mercati tradizionali, quello dell’orario di negoziazione. Applicato alle azioni, cambierebbe però profondamente il rapporto tra mercato ufficiale e mercato derivato. Un perpetual su Tesla potrebbe continuare a oscillare durante la notte o nel fine settimana mentre il titolo quotato al Nasdaq resta fermo. In presenza di una notizia societaria importante, il derivato potrebbe quindi anticipare la formazione del prezzo che il mercato azionario esprimerà soltanto alla riapertura.
È proprio questo elemento ad aver acceso il confronto sulla vigilanza. La Commodity Futures Trading Commission ha già aperto la strada ai perpetual negli Stati Uniti approvando a maggio un contratto perpetuo su bitcoin presentato da Kalshi. L’autorità ha tuttavia chiarito che l’inquadramento adottato per gli asset digitali non può essere automaticamente esteso a ogni categoria di sottostante e che prodotti riferiti ad altre attività richiedono una valutazione specifica.
La questione diventa particolarmente delicata quando il derivato segue una singola società quotata. Negli Stati Uniti il mercato azionario e numerosi prodotti collegati alle azioni ricadono sotto la supervisione della Securities and Exchange Commission. Citadel Securities ha chiesto che i nuovi strumenti equity-linked non vengano sottratti a questo sistema, sostenendo che una separazione potrebbe frammentare la sorveglianza tra mercato azionario e derivati. Il problema riguarda soprattutto insider trading, manipolazione, gestione degli ordini, controlli sull’accesso al mercato e coordinamento delle sospensioni delle contrattazioni.
Il caso è tutt’altro che teorico. Se un titolo fosse sospeso dopo la diffusione di informazioni sensibili mentre il perpetual continuasse a essere negoziato, si creerebbero due mercati con regole e tempi differenti sullo stesso rischio economico. Allo stesso modo, informazioni societarie non ancora pubbliche potrebbero essere utilizzate sul derivato quando il mercato principale è chiuso. La crescita del trading continuo rende quindi decisivo stabilire non soltanto quale autorità debba autorizzare il prodotto, ma anche come debbano dialogare i rispettivi sistemi di controllo.
La partita che si apre attorno a Kalshi supera così Tesla, Nvidia o Apple. Wall Street sta assorbendo strumenti, logiche operative e abitudini nate nell’economia crypto, mentre le piattaforme digitali cercano di trasformare il trading 24/7 in uno standard anche per gli asset tradizionali. Nel frattempo altri operatori stanno sperimentando derivati perpetui collegati agli indici azionari, segnale che la competizione si sta rapidamente spostando dalla sola crypto alla struttura stessa dei mercati finanziari.
Se i perpetual azionari otterranno il via libera, il confine tra mercati finanziari classici e infrastrutture nate nel mondo digitale diventerà ancora più sottile. Ma proprio questa convergenza obbligherà i regolatori a decidere se innovare le regole insieme ai prodotti oppure lasciare che sia il mercato a correre più velocemente della vigilanza.
L’agricoltura indiana entra in una nuova fase della trasformazione digitale e questa volta la blockchain non viene utilizzata per creare un nuovo asset speculativo, ma per rendere più affidabile uno dei passaggi più delicati del credito agricolo. Arya.ag, uno dei principali operatori indiani nella gestione e nello stoccaggio dei prodotti agricoli, sta portando su un’infrastruttura blockchain basata su Avalanche i dati relativi ai cereali custoditi nei propri magazzini, alle ricevute elettroniche di deposito e ai finanziamenti garantiti dalle merci.
Il progetto riguarda un sistema che custodisce raccolti per un valore complessivo di circa 2 miliardi di dollari. L’obiettivo non è trasformare direttamente ogni sacco di grano in un token liberamente scambiabile, ma creare un registro digitale condiviso attraverso il quale banche, magazzini e soggetti autorizzati possano verificare con maggiore precisione quali merci sono effettivamente depositate, se siano già state utilizzate come garanzia e quale sia lo stato dei prestiti collegati.
Il problema è particolarmente importante in India, dove una parte molto ampia della popolazione dipende ancora direttamente o indirettamente dall’agricoltura. Quando un produttore deposita il raccolto in un magazzino può utilizzare quella merce come garanzia per ottenere liquidità senza essere costretto a venderla immediatamente. In questo modo può attendere condizioni di mercato migliori e, nello stesso tempo, finanziare le esigenze dell’azienda agricola. Il sistema funziona però soltanto se il finanziatore può verificare rapidamente e con certezza l’esistenza e la disponibilità della garanzia.
Oggi molte di queste informazioni sono distribuite tra archivi e piattaforme differenti. La blockchain punta a collegarle in un unico ambiente digitale, riducendo le difficoltà di riconciliazione dei dati e rendendo più semplice controllare l’intera catena documentale. Al centro del sistema ci sono anche le ricevute elettroniche negoziabili di magazzino, strumenti già riconosciuti nell’ordinamento indiano e utilizzabili per ottenere finanziamenti garantiti dai prodotti agricoli depositati.
Arya.ag sta sviluppando una blockchain Layer 1 dedicata utilizzando la tecnologia Avalanche. L’infrastruttura dovrebbe essere gestita inizialmente dalla stessa società e successivamente aperta anche ad altri operatori del settore del magazzinaggio. Tre grandi banche sarebbero già in fase di ingresso nel sistema, mentre in prospettiva qualsiasi istituto interessato potrebbe collegarsi alla rete e utilizzare i dati condivisi per le proprie verifiche sul collaterale.
La dimensione finanziaria dell’operazione è rilevante. Arya.ag facilita ogni anno circa 1,3 miliardi di dollari di prestiti collegati ai prodotti custoditi nei propri magazzini, mentre Arya Dhan, la società finanziaria del gruppo, eroga direttamente finanziamenti per circa 230 milioni di dollari. Non è stato però comunicato quanto di questo volume sia già stato trasferito sulla nuova infrastruttura blockchain né quando il sistema raggiungerà una piena operatività su larga scala.
Il progetto coinvolge anche Finternet, iniziativa nata per favorire l’interconnessione digitale tra denaro e attività finanziarie. Il suo ruolo riguarda soprattutto la definizione delle regole attraverso le quali magazzini e finanziatori possono comunicare all’interno dell’ecosistema. La scelta mostra come la tokenizzazione stia progressivamente uscendo dall’ambito delle criptovalute e dei prodotti finanziari tradizionali per entrare nella gestione di beni fisici e attività economiche concrete.
La vera prova arriverà però dall’utilizzo quotidiano. La tecnologia, da sola, non garantisce automaticamente credito più economico, approvazioni più rapide o maggiore accesso ai finanziamenti. Questi risultati dovranno essere verificati sul campo. Se il modello funzionerà, la blockchain potrebbe diventare soprattutto un’infrastruttura di fiducia, capace di ridurre le asimmetrie informative tra agricoltori, depositari e banche.
È proprio questo l’aspetto più interessante dell’esperimento indiano. La tokenizzazione non viene presentata come un fine, ma come uno strumento per collegare un bene reale, il grano conservato in un magazzino, a un sistema finanziario digitale verificabile. Se riuscirà a migliorare trasparenza, controllo delle garanzie e accesso al credito, il progetto di Arya.ag potrebbe diventare uno dei casi più concreti di applicazione della blockchain all’economia reale.