Ethereum ha deciso di trasformare la resistenza ai computer quantistici in una delle priorità centrali della propria evoluzione tecnologica. La Ethereum Foundation ha indicato dicembre 2029 come obiettivo per rendere il livello principale della rete capace di affrontare una futura generazione di macchine quantistiche in grado, almeno in teoria, di mettere in crisi alcuni degli strumenti crittografici oggi utilizzati per proteggere transazioni, validatori e dati.
La scelta non nasce da un’emergenza immediata. I computer quantistici disponibili oggi non possiedono ancora la potenza necessaria per violare la crittografia di Ethereum. Il problema riguarda piuttosto la velocità con cui sta avanzando la ricerca. Le più recenti stime hanno ridotto sensibilmente il numero di qubit logici che potrebbe essere necessario per compromettere sistemi basati sulla crittografia a curva ellittica. Questo ha spinto gli sviluppatori a considerare il rischio quantistico non più come un tema lontano, ma come una questione da affrontare con anni di anticipo.
Ethereum utilizza diverse tecnologie crittografiche per assicurare il funzionamento della rete. Le firme ECDSA proteggono gli account e consentono agli utenti di autorizzare le transazioni, mentre le firme BLS sono impiegate dai validatori nel meccanismo di consenso. Anche i sistemi KZG, utilizzati nella disponibilità dei dati, e diverse tecnologie basate su prove a conoscenza zero potrebbero richiedere nel tempo soluzioni compatibili con un ambiente post-quantistico.
Uno degli aspetti più delicati riguarda gli account. Quando un utente effettua una transazione, la relativa chiave pubblica può diventare visibile sulla blockchain. In uno scenario futuro, un computer quantistico sufficientemente potente potrebbe sfruttare questa informazione per ricostruire la chiave privata e autorizzare operazioni senza il consenso del proprietario. È un rischio teorico e non attuale, ma la natura permanente dei dati registrati su blockchain impone una strategia preventiva.
Per questo la roadmap di Ethereum punta a introdurre progressivamente nuovi strumenti crittografici. Tra le soluzioni allo studio figurano firme basate su funzioni hash, registri dedicati alle chiavi pubbliche post-quantistiche e sistemi che permettano agli account di adottare nuovi metodi di verifica senza dover attendere una migrazione simultanea dell’intera rete. La cosiddetta account abstraction potrebbe avere un ruolo importante proprio perché rende più flessibile la gestione delle firme e delle autorizzazioni.
Un passaggio decisivo sarà rappresentato da Hegotá, aggiornamento previsto nel 2027. Non sarà ancora il fork che renderà Ethereum resistente ai computer quantistici, ma dovrà predisporre l’architettura e il calendario necessari per gli interventi successivi. Dopo Hegotá sono previsti diversi hard fork ravvicinati, con uno sviluppo parallelo delle modifiche per rispettare la scadenza fissata al 2029.
Il lavoro non è soltanto teorico. La Ethereum Foundation ha istituito un gruppo dedicato alla sicurezza post-quantistica e sta coordinando test di interoperabilità tra più client. L’obiettivo dichiarato riguarda l’intero livello 1, quindi esecuzione, consenso e disponibilità dei dati. La scadenza sarà riesaminata nel gennaio 2027 alla luce dei progressi effettivi del calcolo quantistico.
La Ethereum Foundation sta inoltre lavorando a una protezione minima di emergenza che possa mantenere operativa la rete, anche con garanzie ridotte, qualora il progresso dei computer quantistici dovesse accelerare più rapidamente del previsto. La strategia punta quindi su due livelli: costruire una protezione completa e, contemporaneamente, predisporre una soluzione di sicurezza utilizzabile in uno scenario improvviso.
Il 2029 non rappresenta una previsione sulla nascita del primo computer quantistico capace di violare Ethereum. È una scadenza interna scelta per arrivare preparati prima che il rischio diventi concreto. La rete sta così trasformando una minaccia ancora teorica in un programma industriale di lungo periodo. Per il settore blockchain il messaggio è chiaro: la sicurezza futura non potrà essere affidata soltanto alla robustezza della crittografia attuale, ma alla capacità dei protocolli di cambiare prima che cambino le regole della tecnologia.
La Corea del Sud guarda alle stablecoin come a una possibile leva per ridurre in modo significativo i costi dei pagamenti nel commercio. Secondo un’analisi dell’Ufficio di Bilancio dell’Assemblea Nazionale, l’utilizzo di stablecoin denominate in won potrebbe consentire agli esercenti sudcoreani di risparmiare ogni anno tra 370 miliardi e 5,15 trilioni di won, equivalenti a circa 275 milioni e 3,8 miliardi di dollari. La forbice è ampia perché dipende dal livello di adozione dei pagamenti digitali su blockchain e dalle commissioni che verrebbero applicate dai nuovi sistemi.
Il tema è particolarmente rilevante in un Paese caratterizzato da una forte diffusione dei pagamenti elettronici. Oggi buona parte delle transazioni commerciali passa attraverso circuiti di carte, banche e operatori di pagamento che trattengono commissioni su ogni operazione. Una stablecoin ancorata al won potrebbe ridurre il numero degli intermediari, rendendo il trasferimento di valore più diretto e abbassando i costi sostenuti soprattutto dagli esercenti con grandi volumi di transazioni.
Le stablecoin sono token digitali progettati per mantenere un valore stabile rispetto a una valuta tradizionale. Nel caso sudcoreano, l’obiettivo sarebbe creare strumenti collegati al won capaci di essere utilizzati nei pagamenti quotidiani, nei servizi digitali e, in prospettiva, anche nei mercati finanziari tokenizzati. La questione assume inoltre una dimensione strategica perché il mercato mondiale delle stablecoin è ancora quasi interamente dominato da token legati al dollaro. A luglio, secondo i dati richiamati dall’ufficio parlamentare, le stablecoin denominate in dollari rappresentavano il 98,8% di un mercato globale da circa 312,3 miliardi di dollari.
Per Seul sviluppare una stablecoin domestica significa quindi non soltanto cercare maggiore efficienza nei pagamenti, ma anche limitare una possibile dipendenza crescente da strumenti finanziari digitali legati alla valuta statunitense. La diffusione di stablecoin in dollari potrebbe infatti incidere nel tempo sui flussi valutari, sulla domanda di won e sulla capacità delle autorità monetarie di controllare alcuni meccanismi del sistema finanziario interno.
Il progetto presenta però anche rischi importanti. Se una parte rilevante della liquidità oggi depositata presso le banche venisse trasferita verso stablecoin, gli istituti potrebbero disporre di meno risorse da destinare al credito. Ciò potrebbe ridurre il loro ruolo di intermediari finanziari e modificare il funzionamento tradizionale del sistema bancario. Un altro problema riguarda la solidità delle riserve che garantiscono il valore dei token. In caso di richieste massicce di rimborso, gli emittenti potrebbero essere costretti a vendere rapidamente gli asset di copertura, aumentando il rischio che la stablecoin perda la parità con il won.
Per questa ragione le autorità stanno valutando un quadro normativo capace di accompagnare l’innovazione senza compromettere la stabilità finanziaria. Tra le ipotesi figurano requisiti rigorosi sulle riserve, limiti alle remunerazioni offerte ai possessori di stablecoin e una vigilanza rafforzata sugli strumenti destinati a raggiungere una diffusione sistemica. Rimane inoltre aperta la questione relativa agli emittenti. La Bank of Korea sostiene un modello nel quale le società autorizzate siano controllate almeno al 51% da banche, mentre la Financial Services Commission teme che criteri troppo restrittivi possano rallentare concorrenza e innovazione.
Il dibattito si inserisce in una trasformazione più ampia del sistema finanziario sudcoreano. Dal febbraio 2027 il Paese prevede infatti di ampliare il mercato dei titoli tokenizzati, con l’obiettivo successivo di collegare le infrastrutture blockchain dedicate ai securities token ai sistemi di pagamento basati su stablecoin. In questo scenario, la moneta digitale potrebbe diventare non soltanto uno strumento per acquistare beni e servizi, ma anche il mezzo di regolamento di una nuova infrastruttura finanziaria.
La Corea del Sud sta quindi cercando un equilibrio tra efficienza e stabilità. Il potenziale risparmio per i commercianti è rilevante, ma il vero banco di prova sarà costruire un sistema capace di offrire pagamenti più economici senza trasferire nuovi rischi su banche, risparmiatori e mercati. Se la regolamentazione riuscirà a tenere insieme questi obiettivi, le stablecoin in won potrebbero diventare uno dei primi esempi su larga scala di integrazione tra blockchain, commercio quotidiano e finanza tradizionale.
La Corea del Sud accelera sulla tokenizzazione dei mercati finanziari e fissa febbraio 2027 come punto di partenza per una trasformazione destinata a coinvolgere progressivamente azioni, obbligazioni, fondi e strumenti di investimento frazionato. Il progetto, illustrato dalla Financial Services Commission, punta a integrare la tecnologia dei registri distribuiti all’interno dell’infrastruttura finanziaria tradizionale senza creare un mercato parallelo privo di regole. L’obiettivo è far entrare i security token nel sistema ordinario dei titoli, riconoscendoli come una forma digitale di strumenti finanziari già disciplinati.
Il passaggio decisivo arriverà il 4 febbraio 2027, quando entreranno in vigore le modifiche alla normativa coreana sulla registrazione elettronica di azioni e obbligazioni. Da quel momento i titoli tokenizzati potranno essere riconosciuti giuridicamente come strumenti finanziari rappresentati e gestiti attraverso tecnologia DLT. La tabella di marcia prevede tre fasi, con un ampliamento graduale degli asset ammessi e con tempi successivi legati ai risultati ottenuti nella prima fase, alla maturità tecnologica degli operatori e all’evoluzione della normativa sulle stablecoin.
La fase iniziale sarà prudente. Saranno coinvolti fondi monetari privati destinati agli investitori istituzionali, alcune obbligazioni riservate alla stessa categoria di operatori, azioni non quotate inserite in strutture fiduciarie e strumenti di investimento frazionato offerti al pubblico. Successivamente la tokenizzazione potrà estendersi all’intero universo dei titoli collocati pubblicamente. Il traguardo finale è ancora più ambizioso perché prevede un’infrastruttura di pagamento on-chain collegata alle stablecoin, con la possibilità di rendere digitale anche la fase di regolamento delle operazioni.
Un aspetto importante riguarda il ruolo degli intermediari già autorizzati. La Corea del Sud non intende costruire da zero una nuova categoria di operatori esclusivamente dedicati ai token. Le imprese finanziarie che dispongono già delle licenze necessarie potranno trattare titoli tokenizzati nell’ambito delle attività consentite dalle autorizzazioni esistenti. Per l’intermediazione sui mercati OTC sarà comunque necessario un confronto preventivo con la Financial Supervisory Service, mentre le autorità prevedono di rafforzare la vigilanza contro manipolazioni e pratiche scorrette.
La tutela degli investitori retail occupa una parte centrale del progetto. Per alcuni strumenti di investimento frazionato, la sottoscrizione individuale sarà limitata al minore importo tra 30 milioni di won e il 5% dell’emissione complessiva. Sulle piattaforme OTC, invece, il limite annuo agli acquisti netti per investitore retail sarà pari a 100 milioni di won per ciascun mercato. Sono previste inoltre regole per garantire una distribuzione più equilibrata delle offerte al pubblico e controlli specifici sulle strutture utilizzate per raccogliere e rappresentare gli asset sottostanti.
Anche gli emittenti che intendono gestire direttamente i conti dei titoli dovranno rispettare requisiti patrimoniali e organizzativi precisi. La soglia indicata dalla FSC è di almeno 4 miliardi di won di capitale proprio, accompagnata da personale dedicato alla gestione dei conti, ai controlli interni e ai sistemi informatici. La cybersicurezza diventa quindi parte integrante della nuova architettura, insieme alla capacità di garantire continuità operativa anche in caso di malfunzionamenti della rete o dei sistemi distribuiti.
Un ruolo chiave spetterà al Korea Securities Depository, chiamato a definire e verificare gli standard tecnici per il collegamento delle società finanziarie ai registri distribuiti. Il punto centrale è evidente. La Corea del Sud non sta cercando semplicemente di portare alcuni asset sulla blockchain, ma di aggiornare l’infrastruttura del mercato dei capitali mantenendo le garanzie della finanza regolamentata.
La scelta potrebbe diventare un modello per altri Paesi. Se il progetto riuscirà a combinare efficienza operativa, liquidità, tutela degli investitori e interoperabilità con stablecoin regolamentate e costi di regolamento più contenuti, la tokenizzazione smetterà di essere un esperimento confinato a prodotti di nicchia. Entrerà nel cuore della finanza tradizionale a livello globale regolamentata, trasformando il modo in cui i titoli vengono emessi, registrati, scambiati e regolati.
La Svizzera accelera sulla moneta digitale e porta in una fase operativa il progetto CHFD, una stablecoin ancorata al franco svizzero con rapporto uno a uno. L’iniziativa, avviata nei mesi scorsi da alcuni dei principali operatori finanziari del Paese, entra ora in una fase di test più ampia con l’ingresso di SIX e TWINT, due soggetti che rappresentano rispettivamente l’infrastruttura dei mercati finanziari e uno dei sistemi di pagamento digitale più diffusi in Svizzera.
Il progetto riunisce nove partecipanti tra banche, società tecnologiche e infrastrutture di mercato. Ne fanno parte UBS, PostFinance, Sygnum, Raiffeisen, Banca Cantonale di Zurigo, Banque Cantonale Vaudoise, Swiss Stablecoin SA, SIX e TWINT. L’obiettivo è verificare in condizioni controllate come una stablecoin denominata in franchi possa essere utilizzata nei pagamenti, nelle transazioni tra istituzioni finanziarie e nel regolamento di attività digitali tokenizzate.
CHFD è tecnicamente attiva nella sandbox dalla fine di giugno 2026. Il suo valore è progettato per restare stabile rispetto alla valuta nazionale, con un CHFD equivalente a un franco svizzero. Non si tratta però, almeno per ora, di una moneta digitale destinata al pubblico o disponibile liberamente sugli exchange. Il test si svolge in un ambiente protetto, con limiti operativi e misure di sicurezza pensate per valutare tecnologia, efficienza, rischi e requisiti regolamentari.
L’ingresso di SIX amplia soprattutto le prospettive legate ai mercati finanziari. Il gruppo gestisce infrastrutture centrali della piazza svizzera e ha già maturato esperienza nella tokenizzazione di titoli e nella gestione di strumenti digitali. La presenza di TWINT aggiunge invece una dimensione più vicina ai pagamenti quotidiani, aprendo la possibilità di studiare in futuro collegamenti tra moneta programmabile, commercio elettronico e servizi rivolti a imprese e consumatori.
Uno dei temi centrali della sperimentazione riguarda proprio i pagamenti programmabili. Grazie alla blockchain, un trasferimento di denaro può essere eseguito automaticamente al verificarsi di determinate condizioni. Il sistema può quindi ridurre passaggi intermedi, automatizzare controlli e rendere più efficienti operazioni che oggi richiedono verifiche manuali o l’intervento di diversi soggetti.
Tra gli scenari allo studio figurano le transazioni automatizzate tra istituzioni finanziarie, il regolamento di asset tokenizzati, i pagamenti nell’e-commerce, la biglietteria digitale e alcune forme di erogazione di fondi pubblici. La programmabilità potrebbe, ad esempio, essere utilizzata per ridurre le frodi nei marketplace, collegando il pagamento al rispetto di condizioni prestabilite, oppure per rendere più trasparenti e controllabili alcune operazioni legate alla vendita di biglietti.
L’iniziativa assume un significato più ampio anche sul piano della competitività finanziaria. Il mercato globale delle stablecoin è oggi dominato da strumenti legati soprattutto al dollaro statunitense. Per la Svizzera, sviluppare competenze e infrastrutture basate sul franco significa valutare la possibilità di mantenere un ruolo centrale nella nuova economia digitale senza dipendere esclusivamente da valute e piattaforme straniere.
La fase sperimentale dovrebbe proseguire fino alla fine del 2026. Al termine dei test, i partecipanti analizzeranno i risultati per comprendere dove una stablecoin in franchi possa creare un vantaggio reale e quali ostacoli tecnici, operativi o normativi debbano essere superati. Non esiste ancora un impegno per un lancio commerciale pubblico. Proprio questa prudenza distingue il progetto da molte iniziative crypto orientate immediatamente al mercato. Prima di puntare alla diffusione, il consorzio vuole verificare sostenibilità, interoperabilità e utilità concreta dello strumento nel sistema finanziario svizzero.
Il valore strategico di CHFD sta quindi soprattutto nel metodo. La Svizzera non sta cercando di sostituire immediatamente il franco tradizionale, ma di capire come trasformarlo in uno strumento programmabile capace di dialogare con blockchain, mercati tokenizzati e nuovi sistemi di pagamento. Se i risultati saranno positivi, il progetto potrebbe diventare uno dei passaggi più importanti nell’evoluzione della finanza digitale europea.
OpenReserve Bank ha ottenuto dall’Office of the Comptroller of the Currency una prima approvazione condizionata per diventare una banca nazionale statunitense a pieno servizio, segnando un passaggio importante nel progressivo avvicinamento tra sistema bancario tradizionale e infrastrutture blockchain. Il progetto nasce a Salt Lake City, nello Utah, e punta a costruire un istituto regolamentato capace di offrire servizi bancari ordinari insieme a strumenti digitali, depositi tokenizzati e regolamenti on-chain.
La decisione dell’OCC non equivale ancora all’autorizzazione definitiva ad aprire al pubblico. OpenReserve dovrà completare tutti i requisiti previsti prima dell’avvio operativo, ottenere l’assicurazione sui depositi dalla Federal Deposit Insurance Corporation e fare domanda per entrare nel sistema della Federal Reserve. L’autorità potrà inoltre modificare, sospendere o revocare il via libera preliminare qualora emergano elementi nuovi durante la fase organizzativa.
Il modello scelto da OpenReserve è più ampio rispetto a quello di molte società crypto che negli ultimi anni hanno cercato una licenza fiduciaria nazionale. La società intende infatti operare come banca commerciale completa, con prodotti di deposito e credito, servizi di pagamento, gestione della tesoreria, attività legate agli asset digitali, rapporti bancari internazionali e una piattaforma banking-as-a-service destinata anche ad altre imprese finanziarie e tecnologiche.
Uno degli elementi più innovativi riguarda la possibilità di integrare funzioni tokenizzate nei prodotti di deposito. L’obiettivo è permettere una gestione del denaro più continua, automatizzata e compatibile con le reti blockchain, superando alcuni limiti temporali e infrastrutturali dei sistemi tradizionali. La banca prevede inoltre di creare una controllata interamente posseduta dedicata alle stablecoin denominate in dollari e garantite da riserve, che potrebbe occuparsi di emissione, custodia, conversione e pagamenti. Per questa attività sarà però necessaria una specifica domanda autorizzativa.
OpenReserve intende offrire anche servizi di custodia di criptovalute e altri asset digitali, gestione di wallet e trasferimenti internazionali effettuati attraverso stablecoin. La struttura potrà ricevere commissioni direttamente in asset digitali e detenere quantità limitate di criptovalute necessarie a pagare le commissioni delle reti blockchain. Si tratta di attività che l’OCC ha già riconosciuto, entro determinati limiti, come compatibili con il business bancario nazionale.
Il progetto è sostenuto anche da investitori come Andreessen Horowitz, Jump Capital, Coinbase Ventures, Wintermute Ventures e altri fondi specializzati nella nuova infrastruttura finanziaria digitale e nell’innovazione bancaria globale.
L’apertura regolamentare non elimina però i vincoli prudenziali. Durante i primi tre anni OpenReserve dovrà mantenere un coefficiente minimo di leva Tier 1 del 12% e qualsiasi modifica significativa del piano industriale dovrà essere preventivamente comunicata all’autorità. Il capitale iniziale versato dovrà essere almeno pari a 210 milioni di dollari, al netto dei costi sostenuti prima dell’apertura.
Particolare attenzione sarà dedicata anche alla sicurezza informatica. Prima del lancio, la banca dovrà sottoporre la propria infrastruttura tecnologica a verifiche indipendenti, test di sicurezza e controlli sui sistemi elettronici, inclusi i punti di accesso remoto e le protezioni contro intrusioni e attacchi informatici. Dovranno inoltre essere pienamente operative le procedure antiriciclaggio, i controlli sulle sanzioni e i sistemi di gestione del rischio.
Il progetto si inserisce in una fase di forte cambiamento della politica americana verso gli asset digitali. Dopo anni di rapporti difficili tra banche e imprese crypto, le autorità stanno mostrando maggiore disponibilità verso modelli in cui blockchain e stablecoin vengono integrate dentro strutture sottoposte alla supervisione federale.
Se OpenReserve riuscirà a completare l’iter, il risultato potrebbe andare oltre la nascita di una nuova banca. Il vero elemento di novità sarebbe l’ingresso stabile della blockchain nell’architettura ordinaria del credito e dei pagamenti, con depositi, trasferimenti e servizi finanziari progettati fin dall’origine per funzionare anche on-chain. Un segnale che negli Stati Uniti la distanza tra finanza tradizionale e finanza digitale continua a ridursi.