Il cambiamento è ormai sotto gli occhi di tutti e riguarda uno dei pilastri più tradizionali della finanza: la consulenza. Per anni le criptovalute sono rimaste ai margini dei portafogli gestiti, percepite come strumenti speculativi, volatili e difficili da inquadrare sul piano regolamentare. Oggi, invece, stanno diventando una componente sempre più strutturale delle strategie di investimento, soprattutto grazie al ruolo attivo dei consulenti finanziari. A fotografare con chiarezza questa svolta è l’ottava edizione del 2026 Benchmark Survey of Financial Advisor Attitudes Toward Crypto Assets, realizzato da Bitwise in collaborazione con VettaFi, i cui risultati sono stati ripresi anche da Cryptonomist.ch.
Il dato più emblematico riguarda la prospettiva futura: il 99% degli advisor che ha investito in crypto nel 2025 dichiara di voler mantenere o aumentare l’esposizione nel 2026. Una percentuale che, da sola, racconta più di molte analisi teoriche. Non si tratta più di una scommessa tattica o di una moda passeggera, ma di una normalizzazione progressiva degli asset digitali all’interno della gestione patrimoniale. Le criptovalute entrano nei portafogli non come eccezione, ma come scelta ponderata e difendibile.
A crescere non è soltanto l’intenzione, ma anche la pratica concreta. Nel 2025 il 32% dei consulenti ha allocato criptovalute per conto dei clienti, con un balzo di dieci punti percentuali rispetto all’anno precedente. Ancora più significativo è l’aumento del peso relativo delle crypto nei portafogli: il 64% dei portafogli digitalmente esposti presenta oggi un’allocazione superiore al 2%, contro il 51% del 2024. È un passaggio chiave, perché segna il superamento della fase simbolica, quella delle micro-allocazioni “di test”, verso una presenza che inizia a incidere davvero sulla costruzione del rendimento complessivo.
La maturazione del fenomeno emerge anche osservando il comportamento personale degli advisor. Il 56% dei consulenti dichiara di detenere criptovalute nel proprio portafoglio privato, il livello più alto registrato dall’avvio dell’indagine nel 2018. Questo dato è tutt’altro che secondario: nella consulenza finanziaria, l’allineamento tra convinzioni personali e raccomandazioni professionali è spesso un indicatore anticipatore dei trend di lungo periodo. Quando il consulente investe in prima persona, tende a conoscere meglio lo strumento, a comprenderne i rischi e a saperlo spiegare con maggiore consapevolezza al cliente.
Parallelamente, si rafforza l’accesso istituzionale al mercato. Il 42% degli advisor può oggi acquistare direttamente crypto nei conti dei clienti, contro il 35% del 2024 e appena il 19% del 2023. Questo dato racconta il progresso dell’infrastruttura operativa e regolamentare, che sta rendendo le criptovalute sempre più compatibili con i sistemi tradizionali di custodia, compliance e rendicontazione. La barriera tecnologica, uno dei principali freni all’adozione, si sta progressivamente abbassando.
Secondo Matt Hougan, Chief Investment Officer di Bitwise, il 2025 rappresenta un anno di svolta storica. I consulenti, afferma Hougan, hanno assunto un ruolo guida per milioni di investitori, approcciando le criptovalute con una maturità mai vista prima. In questo contesto, il rally di Bitcoin, che ha toccato un massimo storico intorno ai 126.000 dollari, non è stato un evento isolato o puramente speculativo, ma un movimento gestito e inquadrato all’interno di portafogli che complessivamente amministrano migliaia di miliardi di dollari.
Un altro aspetto rilevante riguarda l’atteggiamento verso la volatilità. Lungi dall’essere percepita solo come un rischio, la volatilità viene sempre più vista dai consulenti come un’opportunità tattica per incrementare l’esposizione in momenti di debolezza del mercato. Questo approccio conferma come la consulenza stia adottando logiche tipiche degli asset maturi, basate su ribilanciamenti, orizzonte temporale e gestione del rischio, piuttosto che su reazioni emotive di breve periodo.
Il report mette in evidenza anche una chiara preferenza per gli strumenti quotati. La maggioranza degli advisor indica i crypto equity ETF come veicolo privilegiato per le nuove allocazioni nel 2026. Inoltre, il 42% predilige fondi indicizzati a paniere rispetto a prodotti focalizzati su singoli token, segno di una crescente attenzione alla diversificazione e alla riduzione del rischio specifico. Le risorse destinate alle crypto provengono principalmente dalla riduzione della componente azionaria tradizionale (43%) o della liquidità (35%), confermando che gli asset digitali stanno entrando in concorrenza diretta con le classi di investimento consolidate.
Accanto a Bitcoin, emergono nuove aree di interesse. Cresce l’attenzione per le stablecoin, per i processi di tokenizzazione degli asset reali, indicati dal 30% degli advisor, e per la narrativa del “oro digitale”, spesso associata ai timori di svalutazione valutaria, citati dal 22% del campione. Non manca l’interesse per l’integrazione tra intelligenza artificiale e settore crypto, che coinvolge già il 19% dei consulenti, a dimostrazione di come l’innovazione venga letta in chiave sistemica e non per compartimenti stagni.
Il campione dell’indagine è composto in prevalenza da independent registered investment advisors (46%), seguiti da independent broker-dealer (25%), financial planner (16%), rappresentanti di wirehouse (7%), investitori istituzionali (3%) e altri professionisti (3%). La propensione a detenere crypto a titolo personale varia sensibilmente, passando dal 41% degli independent broker-dealer fino all’89% degli altri professionisti, ma il trend complessivo resta univoco: la familiarità con gli asset digitali è in crescita in tutte le categorie.
Sul fronte della domanda, il segnale è ancora più netto. Nel 2025 il 94% degli advisor ha ricevuto richieste di informazioni sulle criptovalute da parte dei clienti. Questo dato conferma come la pressione non arrivi solo dall’offerta o dall’innovazione di prodotto, ma soprattutto dagli investitori finali, sempre più consapevoli e desiderosi di comprendere rischi, opportunità e implicazioni regolamentari di un mercato in rapida evoluzione.
Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un cambio di paradigma. Le criptovalute stanno uscendo definitivamente dalla dimensione di nicchia per diventare una componente ordinaria delle strategie patrimoniali. In questo processo, il consulente finanziario svolge un ruolo centrale non solo come intermediario tecnico, ma come educatore finanziario, chiamato a tradurre la complessità del mondo digitale in scelte di investimento consapevoli. La direzione sembra ormai tracciata: le crypto non sono più un’alternativa esterna al sistema, ma una parte integrante della sua evoluzione.
Il lancio dei depositi bancari tokenizzati da parte di BNY segna un passaggio che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile: uno dei pilastri storici della finanza tradizionale sceglie di portare il cuore dell’attività bancaria on-chain, adottando in modo strutturale la blockchain come infrastruttura operativa. Non si tratta di un esperimento marginale né di un progetto pilota ad uso mediatico, ma di un passo concreto che riguarda i clienti istituzionali e ridefinisce il concetto stesso di deposito bancario nell’era digitale.
I depositi tokenizzati introdotti da BNY sono, nella sostanza, saldi di cassa on-chain o crediti dei depositanti verso la banca, rappresentati in forma digitale su una blockchain permissioned interna. Questo significa che il denaro non viene sostituito da una stablecoin privata né da un asset esterno, ma rimane un deposito bancario a tutti gli effetti, con le stesse tutele giuridiche e regolamentari, assumendo però una forma nativa digitale e programmabile. È un dettaglio cruciale, perché distingue nettamente questa iniziativa dalle sperimentazioni crypto del passato e la colloca pienamente nel solco della TradFi che evolve, non della TradFi che resiste.
BNY ha chiarito che questi depositi on-chain saranno inizialmente utilizzati per soddisfare requisiti di garanzia e di margine, un ambito in cui velocità, certezza del settlement e riduzione dell’attrito operativo sono determinanti. Ma il messaggio più importante è prospettico. La banca parla esplicitamente di un futuro in cui i mercati finanziari globali opereranno secondo un modello sempre attivo, nel quale le istituzioni avranno bisogno di trasferire asset in modo più rapido, con maggiore trasparenza, minori costi e una capacità superiore di sbloccare liquidità.
Questa scelta non nasce nel vuoto. È l’ennesima conferma di una tendenza ormai irreversibile: le grandi istituzioni finanziarie stanno rinnovando le infrastrutture di base per adattarle all’era digitale, prendendo atto che i sistemi costruiti su orari di ufficio, cicli di settlement T+2 o T+3 e catene complesse di intermediari non sono più compatibili con un’economia globale interconnessa. In questo contesto, la blockchain non viene più vista come una minaccia esterna, ma come una tecnologia abilitante.
Il tema dei mercati sempre attivi è ormai al centro del dibattito regolatorio negli Stati Uniti. A settembre 2025, la Securities and Exchange Commission e la Commodity Futures Trading Commission hanno rilasciato una dichiarazione congiunta che propone esplicitamente il passaggio a mercati dei capitali operativi 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Secondo le autorità, un’estensione degli orari di negoziazione potrebbe allineare meglio i mercati statunitensi alla realtà di un’economia globale sempre attiva, in cui eventi macroeconomici, geopolitici e finanziari non rispettano certo i calendari di Wall Street.
Il problema strutturale del sistema finanziario tradizionale è noto. Oggi i mercati chiudono di notte, nei fine settimana e durante le festività, lasciando investitori e operatori bloccati in posizioni che non possono essere gestite quando il mondo continua a muoversi. Questo genera rischio, inefficienza e una crescente disconnessione tra economia reale e mercati finanziari. La blockchain, al contrario, è progettata per funzionare 24/7, senza pause, senza intermediari obbligatori e con tempi di regolamento quasi immediati.
In questo quadro si inserisce la tokenizzazione degli asset reali, nota come RWA Tokenization, uno dei pilastri della trasformazione in atto. Tokenizzare significa rappresentare asset fisici o tradizionali – come depositi bancari, titoli, immobili o strumenti finanziari – direttamente su una blockchain, rendendoli programmabili, frazionabili e scambiabili in modo continuo. È proprio questa caratteristica a rendere i mercati on-chain potenzialmente sempre attivi, superando i limiti storici della finanza tradizionale.
BNY, con i suoi depositi tokenizzati, non sta semplicemente adottando una nuova tecnologia. Sta ridefinendo il concetto di liquidità bancaria, trasformandola in un asset digitale utilizzabile in tempo reale come collateral, come strumento di regolamento e, in prospettiva, come base per nuovi modelli di mercato. È un segnale fortissimo per tutto il settore, perché dimostra che la tokenizzazione non è più confinata a progetti crypto-native, ma entra nel cuore delle infrastrutture sistemiche.
Naturalmente, anche i regolatori riconoscono che il passaggio a mercati 24/7 non può essere uniforme. La SEC e la CFTC hanno sottolineato che un approccio “universale” potrebbe non funzionare per tutte le asset class. Alcuni strumenti, per natura o per struttura di rischio, si prestano più facilmente a una negoziazione continua, mentre altri richiedono ancora finestre temporali definite e controlli più stringenti. Questo riconoscimento è importante, perché indica una volontà di adattamento graduale, non di rottura traumatica.
Il punto chiave, però, è che la direzione è tracciata. La TradFi non sta combattendo la blockchain, la sta assorbendo. Le banche più grandi e strutturate hanno compreso che il vero rischio non è adottare queste tecnologie, ma restare ancorate a modelli operativi pensati per il secolo scorso. I depositi tokenizzati di BNY sono un esempio concreto di questa evoluzione: non eliminano la banca, non eliminano la regolazione, ma potenziano entrambi attraverso una nuova architettura tecnologica.
Dal punto di vista strategico, questo passaggio ha implicazioni enormi anche per il mondo crypto. La tokenizzazione dei depositi bancari crea un ponte diretto tra finanza tradizionale e finanza on-chain, riducendo la frizione tra i due mondi. Significa che concetti come settlement istantaneo, liquidità programmabile e mercati sempre attivi non sono più esclusiva della DeFi, ma diventano standard competitivi anche per le istituzioni storiche.
In definitiva, l’iniziativa di BNY non va letta come un episodio isolato, ma come parte di una trasformazione strutturale del sistema finanziario globale. La combinazione tra blockchain, tokenizzazione degli asset reali e spinta regolatoria verso mercati 24/7 sta ridisegnando le fondamenta stesse della finanza. Chi saprà adattarsi per primo a questo nuovo paradigma avrà un vantaggio competitivo decisivo. E il fatto che uno degli istituti più antichi degli Stati Uniti abbia scelto di muoversi in questa direzione dice molto su quanto il cambiamento sia ormai irreversibile.
Negli Stati Uniti la guerra crypto è ormai aperta e ha assunto i contorni di uno scontro sistemico tra due blocchi contrapposti: da una parte il mondo delle criptovalute, degli exchange e della finanza digitale, dall’altra il sistema delle banche tradizionali, che vede nella crescita delle stablecoin e dei servizi crypto una minaccia diretta al proprio modello di business. In questo scenario ad alta tensione, la posizione di Coinbase rischia di diventare uno spartiacque politico e regolatorio, perché secondo quanto riportato da Bloomberg l’exchange sarebbe pronto a ritirare il proprio supporto alla legge federale sul mercato crypto se verrà confermato il divieto per gli exchange di offrire rendimenti sulle stablecoin.
Il tema è tutt’altro che tecnico e marginale. Al centro della discussione c’è il modo in cui verrà disegnato il futuro della finanza digitale americana, e soprattutto chi potrà intercettare il valore generato dai capitali dei cittadini. Il punto di frizione riguarda il Genius Act, una delle proposte legislative più rilevanti in discussione, che già prevede il divieto per le stablecoin di riconoscere interessi diretti ai detentori. Una concessione significativa alle banche, che temono una concorrenza frontale su depositi, liquidità e margini.
Tuttavia, il fronte bancario non si accontenta. L’obiettivo dichiarato è estendere il divieto anche agli exchange crypto, impedendo loro di offrire qualsiasi forma di rendimento indiretto sulle stablecoin. Il ragionamento delle banche è lineare: se un exchange può agire come intermediario tra l’utente finale e strumenti che generano rendimento, allora il divieto rischia di essere aggirato. In sostanza, si vuole chiudere ogni spazio competitivo che possa consentire al mondo crypto di replicare, o migliorare, ciò che le banche fanno da sempre con i depositi dei clienti.
È su questo punto che Coinbase ha deciso di alzare il livello dello scontro. Non si tratta solo di una questione economica, ma di una questione di principio. Il mondo crypto ribatte con un argomento semplice e politicamente potente: perché le banche possono incassare interessi, coupon e rendimenti grazie ai fondi dei clienti senza riconoscerne una parte significativa a chi quei fondi li ha conferiti? È un tema antico, discusso da decenni anche in Europa e in Italia, ma che oggi torna centrale grazie alla pressione esercitata dagli intermediari digitali.
Per Coinbase, il rischio non è solo perdere una fonte di ricavi. Il vero pericolo è vedere sancito per legge un principio di asimmetria competitiva, in cui alle banche è consentito tutto ciò che agli operatori crypto viene vietato. Da qui la minaccia, tutt’altro che simbolica, di ritirare il supporto politico alla legge. Un gesto che avrebbe un peso enorme, perché Coinbase è uno dei pochi attori crypto con una credibilità istituzionale consolidata a Washington e funge spesso da catalizzatore del consenso anche per altri player del settore.
La reazione del mondo crypto non si limita a Coinbase. L’intero comparto vede in questa battaglia una linea rossa. La convergenza tra gli interessi degli utenti finali e quelli degli intermediari crypto è evidente: entrambi beneficerebbero da un sistema in cui la liquidità detenuta in stablecoin possa generare rendimenti trasparenti, anziché alimentare esclusivamente i bilanci bancari. È proprio questa convergenza a rendere la questione altamente politica, perché trasforma una disputa regolatoria in un tema di giustizia economica percepita.
Dal lato opposto, le autorità statunitensi sembrano al momento più sensibili alle argomentazioni delle banche. Il timore dichiarato è quello di assistere al ritorno del narrow banking sotto nuove forme, mascherate da innovazione tecnologica. In altre parole, si teme che le stablecoin e gli exchange possano diventare una sorta di sistema bancario parallelo, privo degli stessi vincoli prudenziali ma capace di attrarre enormi masse di capitale. Un rischio che, secondo i regolatori, giustificherebbe restrizioni preventive anche molto severe.
In questo contesto entrano in gioco altri attori chiave come Circle, emittente di USDC, che potrebbe essere direttamente colpita da un irrigidimento normativo sugli usi delle stablecoin. Anche per Circle la posta in gioco è alta: limitare l’ecosistema di servizi che ruota attorno a USDC significa ridurre l’attrattività della stablecoin stessa, con effetti potenzialmente sistemici sull’intero mercato.
Il risultato è una polarizzazione estrema. Da un lato, il sistema bancario che difende rendite e modelli consolidati; dall’altro, il mondo crypto che rivendica un trattamento equo e una reale libertà di innovazione. In mezzo, il legislatore americano, chiamato a scegliere se costruire una cornice normativa che integri davvero la blockchain nel sistema finanziario o se utilizzarla come strumento di contenimento e neutralizzazione.
Per ora, è difficile che il fronte guidato da Coinbase riesca a imporsi completamente. Le banche hanno ancora un peso politico enorme e una capacità di influenza profonda sulle autorità di vigilanza. Tuttavia, la sola minaccia di un ritiro del supporto da parte di Coinbase segnala che la tregua regolatoria è finita. La battaglia su Bitcoin, stablecoin e rendimenti è diventata una battaglia per il controllo del futuro della finanza.
Quello che sta accadendo negli Stati Uniti non riguarda solo il mercato americano. Le scelte che verranno fatte a Washington avranno effetti a catena su regolamentazioni globali, sull’atteggiamento degli investitori istituzionali e sul modo in cui la finanza digitale verrà percepita nei prossimi anni. La guerra crypto non è più un confronto tra innovatori e regolatori, ma uno scontro diretto tra due modelli di potere economico.
La proposta di legge sul DeFi presentata dalla senatrice Cynthia Lummis arriva in uno dei momenti più delicati e allo stesso tempo decisivi per l’intero ecosistema delle criptovalute negli Stati Uniti. Dopo anni di incertezza, di interventi regolatori frammentari e di conflitti aperti tra autorità e operatori di mercato, il mondo crypto si trova davanti a un possibile cambio di paradigma. Non si parla più soltanto di repressione o di tolleranza, ma della costruzione di una cornice normativa organica che potrebbe ridefinire le regole del gioco per la finanza decentralizzata, per gli investitori e per gli sviluppatori.
Il contesto in cui nasce questa iniziativa è tutt’altro che sereno. A gennaio 2026 il mercato crypto è attraversato da volatilità, paura e incertezza, come dimostra un indice Fear & Greed fermo su livelli di forte prudenza. Bitcoin, pur restando l’asse portante del sistema con oltre il 57% di dominanza, oscilla intorno ai 91.000 dollari dopo una fase correttiva, mentre Ethereum fatica a mantenere i livelli chiave sopra i 3.000 dollari. Eppure, nonostante queste tensioni, la capitalizzazione complessiva del mercato resta superiore ai 3.000 miliardi di dollari, un dato che rende ormai impossibile ignorare il peso sistemico delle criptovalute.
È proprio questa maturità raggiunta dal settore a rendere inevitabile un intervento legislativo strutturato. Il DeFi, nato come spazio sperimentale e radicalmente alternativo alla finanza tradizionale, oggi gestisce volumi enormi, servizi complessi e una quantità crescente di risparmio globale. Prestiti, scambi decentralizzati, derivati, staking e protocolli di rendimento operano spesso in una zona grigia normativa, dove non è chiaro chi sia responsabile, quali tutele spettino agli utenti e quali limiti debbano rispettare gli sviluppatori. La proposta di Lummis nasce per colmare questo vuoto senza snaturare l’essenza della blockchain.
Il punto centrale della legge è la protezione degli sviluppatori DeFi quando il codice è realmente decentralizzato e non custodiale. In altre parole, la proposta tenta di distinguere tra chi costruisce infrastrutture tecnologiche aperte e chi, invece, svolge attività assimilabili a quelle di un intermediario finanziario tradizionale. Questo approccio potrebbe rappresentare una svolta epocale, perché per la prima volta il legislatore statunitense riconosce che scrivere codice non equivale automaticamente a offrire un servizio finanziario regolato. È un messaggio potente, soprattutto in un contesto in cui la pressione della Securities and Exchange Commission ha spesso prodotto azioni punitive basate su interpretazioni estensive e controverse delle norme esistenti.
Per gli investitori, una legge di questo tipo potrebbe avere un impatto profondo. La mancanza di regole chiare ha tenuto lontani dal DeFi molti capitali istituzionali, spaventati dall’assenza di certezze legali e dal rischio di interventi retroattivi. Una normativa che definisca confini, responsabilità e tutele potrebbe aprire la porta a una nuova fase di adozione istituzionale, con effetti potenzialmente rilevanti sui prezzi e sulla stabilità del mercato. Allo stesso tempo, una regolamentazione mal calibrata rischierebbe di soffocare proprio quell’innovazione che ha reso il DeFi una delle aree più dinamiche della finanza moderna.
Non è un caso che la proposta di Lummis arrivi mentre il Congresso sta lavorando anche a una più ampia riforma della struttura del mercato crypto. Il DeFi non può più essere considerato un fenomeno marginale o sperimentale. Con oltre 100 miliardi di dollari di valore bloccato nei protocolli, rappresenta ormai un’infrastruttura finanziaria alternativa, capace di competere con segmenti interi del sistema bancario tradizionale. Ignorarlo significherebbe rinunciare a governare una trasformazione già in atto.
Cynthia Lummis si è distinta negli anni come una delle poche figure politiche statunitensi realmente competenti e coerenti sul tema crypto. La sua visione non è ideologica, ma pragmatica. L’obiettivo dichiarato è offrire certezza giuridica, ridurre l’arbitrarietà dell’azione regolatoria e consentire agli Stati Uniti di restare competitivi in un settore strategico. In gioco non c’è solo il destino del DeFi, ma la leadership tecnologica e finanziaria americana in un mondo sempre più multipolare, dove giurisdizioni come Singapore, Emirati Arabi e alcune realtà europee stanno costruendo quadri normativi più accoglienti.
Il dibattito tra gli esperti è acceso. Secondo analisi riportate da Bloomberg, una regolamentazione chiara potrebbe legittimare definitivamente il DeFi agli occhi dei mercati tradizionali, favorendo una convergenza tra finanza decentralizzata e finanza istituzionale. Altri osservatori, invece, temono che anche una legge ben intenzionata possa introdurre vincoli tali da spingere l’innovazione fuori dagli Stati Uniti, replicando quanto già accaduto in passato in altri settori tecnologici.
Dal punto di vista finanziario, le implicazioni sono enormi. Se il DeFi venisse riconosciuto e regolato in modo coerente, potrebbe diventare una delle principali porte di ingresso per i capitali globali nel mondo crypto. Fondi, banche e grandi investitori potrebbero finalmente operare in un quadro di regole certe, contribuendo a ridurre la volatilità estrema e a rafforzare la credibilità sistemica del settore. Al contrario, un approccio eccessivamente restrittivo rischierebbe di congelare l’ecosistema, riducendo la varietà dei progetti e impoverendo l’offerta.
Anche sul piano culturale, la proposta di Lummis segna un passaggio importante. Riconoscere il DeFi significa accettare che la disintermediazione finanziaria non è più un’utopia teorica, ma una realtà concreta che va governata, non repressa. Significa ammettere che la fiducia algoritmica e quella istituzionale possono coesistere, se inserite in un equilibrio normativo intelligente. È una sfida complessa, che richiede competenze tecniche, visione politica e capacità di ascolto.
Guardando al futuro, il 2026 potrebbe diventare un anno spartiacque. Se la proposta di legge sul DeFi dovesse essere integrata in modo coerente nella riforma complessiva del mercato crypto, gli Stati Uniti potrebbero inaugurare una nuova fase di maturità regolatoria, capace di attrarre innovazione senza rinunciare alla tutela degli investitori. Se invece prevarranno paure, interessi consolidati e logiche difensive, il rischio è quello di perdere un’occasione storica.
In ogni caso, una cosa è chiara: il DeFi non è più ignorabile. La proposta di Cynthia Lummis dimostra che il confronto si è spostato dal “se” regolamentare al “come” farlo. Ed è proprio su questo equilibrio sottile tra regole, libertà e innovazione che si giocherà il futuro della finanza digitale globale.
Il confronto tracciato da Galaxy Research tra le nuove disposizioni sulla DeFi contenute nella bozza di legge statunitense sulle criptovalute e l’espansione dei poteri di sorveglianza introdotta dopo l’11 settembre segna un passaggio cruciale nel dibattito globale sulla finanza digitale. Secondo l’analisi diffusa da Galaxy, il testo che sta circolando all’interno della Senate Banking Committee rischia di ampliare in modo significativo le autorità di controllo finanziario degli Stati Uniti, arrivando a rappresentare la più grande estensione dei poteri di sorveglianza dal 2001, anno di approvazione dello USA PATRIOT Act.
Il cuore della preoccupazione riguarda alcune disposizioni che attribuirebbero al United States Department of the Treasury nuove capacità di intervento diretto sugli asset digitali, in particolare sui front-end della finanza decentralizzata. Non si parla più soltanto di obblighi di segnalazione o di cooperazione ex post, ma di un vero e proprio quadro di escalation normativa che consentirebbe il blocco delle transazioni anche senza un ordine del tribunale, introducendo una rottura netta rispetto all’assetto tradizionale delle garanzie procedurali.
A evidenziare la portata di questo cambiamento è stato Alex Thorn, responsabile della ricerca di Galaxy Digital, secondo cui la bozza “include poteri di sorveglianza finanziaria sostanzialmente rafforzati per combattere la finanza illecita, andando ben oltre quanto previsto dal CLARITY Act approvato alla Camera”. Se approvate, queste misure segnerebbero un salto di qualità nel modo in cui lo Stato americano intende presidiare l’ecosistema crypto.
Il parallelo con il periodo post-11 settembre non è casuale. Lo USA PATRIOT Act ha rappresentato uno spartiacque nella storia della sorveglianza finanziaria, introducendo strumenti che hanno trasformato radicalmente il rapporto tra banche, autorità federali e flussi di capitale. Da allora, il sistema di monitoraggio AML e di condivisione delle informazioni è diventato sempre più pervasivo. Oggi, secondo Galaxy, la stessa logica rischia di essere trasposta sull’infrastruttura blockchain, con effetti potenzialmente ancora più profondi, data la natura globale, programmabile e trasparente degli asset digitali.
Un passaggio particolarmente sensibile della bozza riguarda l’introduzione di un’autorità di “blocco temporaneo”, che creerebbe una cornice formale per sospendere transazioni crypto su richiesta delle forze dell’ordine, accompagnata da uno scudo di responsabilità legale per le aziende che collaborano “in buona fede”. In pratica, emittenti di stablecoin e fornitori di servizi potrebbero congelare rapidamente i fondi, riducendo drasticamente i tempi di intervento e abbassando la soglia giuridica oggi richiesta.
Secondo l’analisi di Galaxy, questa leva normativa renderebbe molto più semplice interrompere transazioni considerate sospette, ma al prezzo di un significativo spostamento dell’equilibrio tra sicurezza e diritti procedurali. La possibilità di agire senza un controllo giudiziario preventivo solleva interrogativi non solo sul piano costituzionale, ma anche su quello tecnologico e sistemico, perché introduce un punto di centralizzazione forzata in un ecosistema nato per essere permissionless.
Un altro elemento chiave evidenziato nella nota è la creazione esplicita del concetto di “application layer di un registro distribuito”. Questo passaggio, apparentemente tecnico, ha implicazioni profonde. Per la prima volta, il legislatore riconosce formalmente un livello applicativo sopra la blockchain e lo assoggetta a obblighi AML e sanzionatori specifici. In altre parole, non è più solo il protocollo a essere neutro, ma il front-end diventa il punto di aggancio regolatorio privilegiato.
Questa scelta riflette una strategia chiara: anziché tentare di regolamentare direttamente il codice open source, lo Stato concentra il proprio potere sui punti di accesso utilizzati dagli utenti. È un approccio pragmatico, ma che rischia di trasformare i front-end DeFi in snodi di sorveglianza, avvicinandoli sempre più ai modelli delle istituzioni finanziarie tradizionali. Il confine tra finanza decentralizzata e finanza intermediata diventa così sempre più sottile.
L’avvertimento di Galaxy arriva in un momento delicato. Al Congresso sono in corso sforzi paralleli per chiarire la struttura del mercato crypto e, allo stesso tempo, per limitare la responsabilità degli sviluppatori secondo il diritto federale. Da un lato si tenta di offrire certezze normative e favorire l’innovazione, dall’altro si introduce un apparato di controllo che potrebbe raffreddare l’ecosistema e spingere progetti e capitali verso giurisdizioni più permissive.
Il rinvio della prossima revisione della legge da parte della Commissione bancaria del Senato segnala che il confronto è tutt’altro che chiuso. Le posizioni in campo riflettono una tensione strutturale: da una parte l’esigenza di contrastare riciclaggio, finanziamento illecito e abusi, dall’altra la necessità di non soffocare un settore che rappresenta una delle frontiere strategiche dell’innovazione finanziaria.
In questo quadro, il paragone con il Patriot Act assume un valore simbolico forte. Così come nel 2001 la sicurezza nazionale ha ridefinito i confini della privacy finanziaria, oggi la finanza decentralizzata rischia di diventare il nuovo terreno su cui ridefinire il rapporto tra libertà economica e controllo statale. La differenza è che, questa volta, la posta in gioco non riguarda solo il sistema bancario, ma un’intera infrastruttura globale digitale.
La riflessione di Galaxy non è quindi una semplice presa di posizione settoriale. È un invito a considerare le conseguenze di lungo periodo di un approccio normativo che, nel tentativo di governare il rischio, potrebbe trasformare radicalmente la natura stessa della DeFi. Se la blockchain nasce come tecnologia di disintermediazione, l’espansione dei poteri di sorveglianza potrebbe segnare l’inizio di una nuova fase, in cui la fiducia algoritmica viene progressivamente sostituita da una fiducia istituzionale imposta.
Il dibattito è aperto e destinato a intensificarsi. Ciò che emergerà da questo confronto definirà non solo il futuro della regolamentazione crypto negli Stati Uniti, ma anche l’equilibrio globale tra innovazione, sicurezza e libertà finanziaria nell’era digitale.