Popular chiude il suo percorso romano con un segnale chiaro e definitivo. Il Premio Europeo ST. Oscar della Moda, conferito a Roma a Fabrizio Fustinoni e alla rivista Popular, non è stato soltanto il riconoscimento di una storia editoriale coerente e duratura, ma la consacrazione pubblica di una strategia culturale che, nei fatti, era già stata dichiarata il giorno precedente attraverso un evento riservato, silenzioso e altamente selettivo. A distanza di ventiquattro ore dalla cerimonia ufficiale, quel momento assume oggi il valore di una chiave di lettura: ciò che è stato premiato non è solo un prodotto editoriale, ma un modello.
La sera prima della consegna dello ST. Oscar della Moda, Popular aveva infatti scelto di incontrare il proprio mondo in uno spazio non convenzionale, lontano dalla retorica celebrativa e dalle dinamiche espositive. Un evento pensato come atto editoriale in sé, nel quale la rivista ha mostrato, senza proclami, la propria visione sul futuro dell’editoria di moda. Dopo la premiazione, quel disegno appare ancora più leggibile: la giuria ha riconosciuto non solo il passato di Popular, ma la sua capacità di abitare il presente con strumenti nuovi, mantenendo intatta la propria identità.
Al centro di questa visione vi è una scelta netta: la distribuzione non è un fatto logistico, ma un linguaggio. Popular non persegue la diffusione indistinta, né la visibilità a ogni costo. La rivista nasce e cresce secondo una logica opposta, fondata sulla selezione del contesto. È in questo quadro che si colloca la strategia di distribuzione su aerei privati di lusso, uno degli elementi più sofisticati e meno urlati del progetto. La lettura in volo, durante tratte riservate, legate a decisioni strategiche, investimenti, passaggi di capitale e visione, restituisce al gesto editoriale una dimensione alta, coerente con il contenuto.
L’aereo privato diventa così uno spazio simbolico. Un luogo sospeso, dove il tempo rallenta e l’attenzione si concentra. Qui Popular non è intrattenimento, ma compagnia intellettuale, strumento di riflessione, oggetto che accompagna chi governa processi complessi. In questo senso, la rivista non viene semplicemente distribuita, ma posizionata. Ogni copia diventa una presenza discreta, parte di un ecosistema fatto di leadership, riservatezza, consapevolezza del valore.
Accanto a questo canale esclusivo, Popular ha costruito negli anni una rete di diffusione altrettanto selettiva, basata su luoghi e relazioni, non su punti vendita. Hotel di alta gamma, club privati, lounge istituzionali, residenze di rappresentanza, eventi su invito diventano nodi di una distribuzione che è anche mappa culturale. La rivista entra in spazi in cui il lusso non è superficie, ma tempo, cura, responsabilità. È una presenza coerente, mai invasiva, che rafforza il legame tra contenuto e ambiente.
Dopo la premiazione dello ST. Oscar della Moda, appare evidente come questa strategia abbia inciso sulla valutazione complessiva del progetto Popular. La giuria ha riconosciuto una testata capace di distinguersi non solo per la qualità estetica e narrativa, ma per una intelligenza editoriale sistemica, che tiene insieme scrittura, impaginazione, distribuzione e posizionamento. Popular non si limita a raccontare il lusso, ma lo interpreta, lo colloca, lo rende esperienza.
A completare questo impianto vi è una presenza digitale volutamente non urlata, pensata come estensione e non come sostituzione del cartaceo. Il digitale di Popular non rincorre la velocità, ma mantiene densità di contenuto, dialogando con professionisti, creativi, investitori e operatori culturali. È uno spazio di continuità, non di frammentazione, che rafforza la credibilità del progetto e ne amplia il raggio senza tradirne l’essenza.
In questo quadro si inserisce in modo strutturale la partecipazione di Blotix Fund LLC, che dopo la premiazione appare sempre più come un partner strategico e non come un semplice soggetto finanziario. Blotix rappresenta il tentativo riuscito di creare un ponte tra editoria, tecnologia e finanza evoluta, dimostrando che anche un progetto culturale può dotarsi di strumenti innovativi per garantire stabilità, sostenibilità e visione di lungo periodo. La presenza di Blotix rafforza l’idea di Popular come piattaforma, non come prodotto isolato.
Il Premio Europeo ST. Oscar della Moda ha dunque certificato un percorso già in atto. Ha dato forma istituzionale a una scelta controcorrente, che privilegia la qualità della relazione rispetto alla quantità dei contatti. In un sistema mediatico saturo, Popular sceglie il silenzio selettivo, la precisione del gesto, la coerenza del contesto. Distribuire meno, ma meglio. Parlare a pochi, ma in profondità. Costruire autorevolezza, non visibilità.
Rileggendo oggi l’evento del giorno precedente alla cerimonia, appare chiaro che Popular aveva già anticipato il senso del premio ricevuto. Non un riconoscimento da esibire, ma un passaggio di stato. La conferma che l’editoria di moda, se guidata da una visione chiara, può ancora essere luogo di pensiero, strumento di orientamento, spazio di influenza culturale reale. In questo, Popular non celebra un traguardo, ma consolida una direzione.
Popular viene premiata a Roma con il Premio Europeo ST. Oscar della Moda e, insieme al riconoscimento istituzionale, porta sotto i riflettori un passaggio più profondo e meno scontato. Non solo un tributo a una rivista che ha saputo distinguersi per qualità editoriale, visione estetica e coerenza narrativa, ma la consacrazione di un progetto che oggi si colloca esattamente nel punto di intersezione tra moda, cultura, finanza innovativa e blockchain. La premiazione diventa così il simbolo visibile di una trasformazione già in atto, resa strutturale dalla partecipazione strategica di Blotix Fund LLC all’interno dell’ecosistema Popular.
Il Premio Europeo ST. Oscar della Moda riconosce a Fabrizio Fustinoni e alla sua rivista una traiettoria editoriale capace di attraversare il tempo senza perdere identità. Popular ha costruito negli anni un linguaggio riconoscibile, fondato su eleganza, misura, racconto del Made in Italy e attenzione alle idee creative che muovono il fashion system. La giuria ha premiato questa continuità, ma il valore dell’evento va oltre la celebrazione del passato. La serata romana segna un punto di svolta in cui la moda non è più solo racconto estetico, ma infrastruttura culturale pronta a dialogare con tecnologie e modelli economici evoluti.
È in questo spazio che si colloca l’alleanza con Blotix Fund LLC, realtà impegnata nella tokenizzazione di asset reali e nello sviluppo di modelli finanziari basati su blockchain. L’ingresso di Blotix nel progetto Popular non rappresenta una contaminazione forzata, ma una convergenza naturale. Moda e blockchain condividono infatti una stessa tensione: la capacità di trasformare valore simbolico in valore reale. La moda crea desiderio, identità, appartenenza. La blockchain crea tracciabilità, fiducia, struttura. Insieme, danno forma a un nuovo paradigma.
La partecipazione di Blotix Fund LLC consente a Popular di superare il perimetro tradizionale della rivista, trasformandola in una piattaforma editoriale e culturale evoluta, capace di dialogare con il mondo degli investimenti, dell’innovazione tecnologica e delle nuove economie creative. Non si tratta di applicare la tecnologia come ornamento, ma di usarla come architettura invisibile a sostegno del valore creativo. In questo senso, la tokenizzazione diventa uno strumento per proteggere, certificare e proiettare nel tempo le idee, i contenuti e i progetti che nascono nel mondo della moda.
Moda e blockchain, lette attraverso l’esperienza Popular–Blotix, non sono mondi distanti. La moda è sempre stata un sistema di segni, di valori immateriali che diventano materiali attraverso l’oggetto, il brand, la narrazione. La blockchain introduce la possibilità di rendere misurabile e condivisibile quel valore, senza snaturarlo. Tokenizzare non significa ridurre la creatività a numero, ma darle una struttura di riconoscimento, una forma di tutela e di circolazione che risponde alle logiche contemporanee.
La premiazione di Popular avviene dunque in un momento storico in cui il fashion system è chiamato a ripensare se stesso. Crisi dei modelli distributivi tradizionali, saturazione dell’immagine, perdita di profondità narrativa. In questo contesto, la scelta di affiancare una finanza tecnologica consapevole come quella di Blotix Fund LLC rappresenta una risposta concreta. Non una fuga in avanti, ma una strategia di sostenibilità culturale ed economica. La rivista non si limita a raccontare il cambiamento, ma lo incorpora nella propria struttura.
Blotix Fund LLC porta con sé un approccio fondato su trasparenza, tracciabilità e innovazione responsabile. La sua partecipazione in Popular apre scenari nuovi: dalla valorizzazione degli archivi editoriali come asset digitali, alla possibilità di sviluppare progetti speciali legati a collezioni, designer emergenti, opere creative e contenuti esclusivi, tutti ancorati a sistemi di certificazione blockchain. La moda diventa così non solo espressione artistica, ma ecosistema economico evoluto, capace di attrarre investimenti senza perdere anima.
La serata dello ST. Oscar della Moda ha reso visibile questa alleanza a un pubblico selezionato di creativi, imprenditori e istituzioni. Il premio a Popular assume il valore di una legittimazione culturale che rende ancora più chiaro il senso dell’operazione. Non una rivista che si apre alla finanza per necessità, ma un progetto editoriale che sceglie la blockchain come alleata strategica per difendere e amplificare il proprio capitale creativo.
In questo scenario, Popular si colloca come ponte tra mondi. Tra tradizione sartoriale e futuro digitale. Tra racconto editoriale e infrastruttura tecnologica. Tra immaginario e valore. La moda, da sempre anticipatrice dei cambiamenti sociali, trova nella blockchain uno strumento per rendere durabile ciò che spesso è effimero. La tokenizzazione non è il fine, ma il mezzo attraverso cui le idee creative possono essere riconosciute, condivise e sostenute.
Il Premio Europeo ST. Oscar della Moda non chiude un capitolo, ma ne apre uno nuovo. Popular esce dalla premiazione romana non come semplice testata celebrata, ma come caso emblematico di integrazione tra editoria di lusso, innovazione finanziaria e tecnologia blockchain. Un modello che dimostra come la moda possa ancora essere laboratorio di futuro, se accompagnata da visione, rigore e alleanze intelligenti. In questo equilibrio tra estetica e tecnologia, tra creatività e tokenizzazione, Popular e Blotix Fund LLC tracciano una direzione che va ben oltre l’evento, parlando direttamente al futuro del fashion system.
QuantWare segna una svolta che potrebbe cambiare il ritmo dell’intera tecnologia quantistica. L’azienda olandese, specializzata in hardware quantistico, ha presentato una nuova generazione della sua Quantum Processor Unit capace di ospitare 10.000 qubit su un singolo chip. È un salto di scala che non ha precedenti: 100 volte più grande rispetto ai processori quantistici oggi disponibili sul mercato. Un risultato che arriva dopo quasi un decennio di progressi lenti, spesso frustranti, e che riapre concretamente il dibattito su quando il calcolo quantistico diventerà davvero utile fuori dai laboratori.
Per capire la portata dell’annuncio bisogna guardare al passato recente. Negli ultimi anni il settore ha combattuto una battaglia silenziosa contro i limiti fisici dell’hardware. La maggior parte dei sistemi commerciali si è fermata intorno ai 100 qubit, una soglia che è diventata quasi simbolica. Google ha impiegato sei anni per passare da 53 a 105 qubit, mentre IBM ha presentato un processore da 1.121 qubit nel 2023, accompagnandolo però con una roadmap prudente che non prevede crescite radicali almeno fino al 2028. Il problema non era la mancanza di idee, ma i colli di bottiglia architetturali che rendevano estremamente difficile aumentare la densità dei qubit su un singolo chip.
Di fronte a questi limiti, molte aziende hanno scelto una strada alternativa: collegare in rete più processori più piccoli, creando sistemi multi-QPU. Una soluzione funzionale, ma costosa e complessa. Ogni interconnessione aggiunge latenza, aumenta il rumore, moltiplica i punti di errore e fa lievitare i costi energetici e di manutenzione. Il risultato è stato un progresso più teorico che pratico, con computer quantistici potenti sulla carta ma difficili da scalare in modo efficiente.
Il nuovo processore VIO-40K di QuantWare rompe questo schema. Invece di distribuire il calcolo su più chip, l’azienda ha puntato su un calcolo ad alta densità su singolo chip, riducendo al tempo stesso l’ingombro fisico complessivo rispetto ai sistemi attuali. Non solo più qubit, quindi, ma anche meno spazio, meno complessità e una maggiore efficienza complessiva. È un cambio di paradigma che molti nel settore ritenevano impossibile nel breve periodo.
La chiave di questa innovazione sta nell’architettura. QuantWare ha sviluppato un design basato su scalabilità 3D e su una struttura modulare a livello di chiplet, in grado di supportare 40.000 linee di I/O e interconnessioni interchip ad altissima precisione. Questo approccio consente di costruire QPU monolitiche di grandi dimensioni senza sacrificare affidabilità o prestazioni, superando uno dei principali ostacoli che avevano bloccato l’evoluzione del settore per anni.
Secondo l’azienda, il nuovo sistema offre una potenza di calcolo superiore per dollaro e per watt rispetto alle soluzioni multi-chip. È un dato cruciale, perché il futuro del quantistico non dipende solo dalla potenza teorica, ma dalla sostenibilità economica ed energetica. Un computer quantistico che costa troppo o consuma quantità proibitive di energia resta un esperimento, non una tecnologia industriale. In questo senso, l’architettura di QuantWare potrebbe diventare uno standard di riferimento per chi lavora con qubit superconduttori, aprendo la strada a dispositivi più potenti e più accessibili.
Parallelamente, QuantWare sta costruendo un vero e proprio ecosistema attorno a questa tecnologia. Il progetto Quantum Open Architecture si arricchisce ora dell’integrazione con NVIDIA NVQLink, una tecnologia che consente di combinare il calcolo quantistico iperscalabile con il calcolo classico ad alte prestazioni, accessibile tramite NVIDIA CUDA-Q. Questa convergenza tra quantistico e classico è uno dei punti più delicati e strategici dell’intero settore. I computer quantistici, infatti, non sostituiranno quelli tradizionali, ma lavoreranno in ibrido, delegando al quantistico solo i problemi per cui offre un vantaggio reale.
La combinazione tra VIO-40K e NVQLink promette proprio questo: una piattaforma capace di sfruttare il meglio di entrambi i mondi, offrendo quella scalabilità concreta che il settore “desidera disperatamente”, come affermano gli stessi ingegneri di QuantWare. Non si tratta solo di potenza bruta, ma di integrazione sistemica, un passaggio essenziale per portare il quantistico fuori dalla fase sperimentale.
A rafforzare questa visione c’è anche l’annuncio di un investimento industriale senza precedenti. QuantWare intende costruire un impianto Kilofab su larga scala a Delft, nei Paesi Bassi, con apertura prevista nel 2026. Sarà la prima fabbrica al mondo dedicata ai dispositivi Quantum Open Architecture e uno dei più grandi impianti di produzione quantistica mai progettati. L’azienda spedisce già oggi più processori quantistici di qualsiasi altro produttore commerciale in termini di volume, e Kilofab aumenterà questa capacità di 20 volte, segnando il passaggio dal laboratorio alla produzione industriale.
Il CEO Matt Rijlaarsdam ha definito questo momento un punto di svolta atteso da tempo. Per anni, ha spiegato, il settore si è limitato a teorizzare le potenzialità del calcolo quantistico, perché restava intrappolato nella soglia dei 100 qubit, insufficiente per ottenere una potenza di calcolo economicamente significativa. Con il nuovo processore, quella barriera viene finalmente rimossa. “Con il VIO-40K, stiamo offrendo all’intero ecosistema l’accesso all’architettura di processore quantistico più potente e scalabile mai realizzata”, ha dichiarato, sottolineando come l’obiettivo sia rendere i computer quantistici realmente utili.
I preordini sono già aperti, con le prime unità previste in consegna nel 2028. Una tempistica che può sembrare lunga, ma che riflette la complessità di portare una tecnologia così avanzata a maturità industriale. Nel frattempo, il contesto scientifico continua a evolversi rapidamente, soprattutto sul fronte della crittografia e della sicurezza.
Nel 2019, Craig Gidney e Martin Ekerå stimarono che per fattorizzare una chiave RSA a 2048 bit in circa otto ore sarebbero serviti 20 milioni di qubit fisici rumorosi, corretti tramite surface code. Un numero che rendeva l’attacco quantistico alla crittografia moderna un’ipotesi lontana. Ma nel 2025 lo stesso Gidney ha pubblicato un aggiornamento radicale, mostrando che grazie a nuove tecniche come l’approximate residue arithmetic e una gestione più efficiente dei qubit logici dormienti, lo stesso risultato potrebbe essere ottenuto con meno di un milione di qubit fisici rumorosi, in un tempo inferiore a una settimana.
Questo ridimensionamento delle soglie teoriche cambia completamente la percezione del rischio e dell’urgenza. Un processore da 10.000 qubit non è ancora sufficiente per questi scenari estremi, ma rappresenta un passo decisivo verso computer quantistici di scala realmente significativa. Non è più fantascienza, ma una traiettoria tecnologica chiara.
La nascita del processore da 10.000 qubit segna quindi molto più di un record numerico. È il segnale che il quantum computing sta entrando in una nuova fase, dove scalabilità, produzione industriale e integrazione con il calcolo classico diventano realtà concrete. Dopo anni di stagnazione, il settore sembra finalmente aver trovato una via d’uscita dal collo di bottiglia che lo frenava. E quando una tecnologia rompe una soglia che sembrava invalicabile, le conseguenze raramente restano confinate a un solo settore.
Tether entra nel calcio italiano e improvvisamente una storia nata tra stablecoin, riserve in Treasury e architetture digitali diventa materia da bar sport, talk show e prime pagine. Il punto di svolta ha un nome preciso: Juventus. Perché in Italia il calcio resta uno dei pochi linguaggi capaci di rendere visibile il potere reale, quello economico, quello che non ha bisogno di presentazioni tecniche. Quando Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino, fondatori e vertici della stablecoin più utilizzata al mondo, decidono di entrare nel capitale del club bianconero, Tether smette di essere solo un’infrastruttura finanziaria globale e diventa un attore politico, simbolico, culturale.
L’operazione è rapida e volutamente rumorosa. A febbraio Tether acquista circa il 5% della Juventus, poi accelera fino all’11,5%, diventando il secondo azionista dopo Exor, la holding della famiglia Agnelli-Elkann. Non una quota di controllo, ma abbastanza grande da pesare. Da lì partono le richieste: un posto nel consiglio di amministrazione, la partecipazione all’aumento di capitale da 110 milioni, un ruolo attivo nella governance. Exor risponde con la forza dei numeri: 65,3% del capitale e quasi 80% dei diritti di voto. In assemblea passa una sola proposta, l’elezione nel cda di Francesco Garino, indicato da Tether. Tutto il resto viene respinto.
La reazione è inusuale per una società finanziaria abituata a muoversi dietro le quinte. Una nota ufficiale parla di governance poco trasparente, di distanza dai tifosi e dagli azionisti di minoranza. Paolo Ardoino alza il tiro con una frase che sembra studiata per fare rumore: «Mi piacerebbe comprarla». Nessuna trattativa in corso, precisa subito dopo. Ma il messaggio è arrivato. Dal desiderio alla proposta reale, seppur informale, il passo è breve e volutamente ambiguo. In meno di 24 ore Exor chiude la porta: la Juventus non è in vendita. Fine della storia? Non proprio. Perché il punto non è l’esito, ma il segnale.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: chi sono davvero Devasini e Ardoino, i due italiani che hanno deciso di sfidare una delle dinastie industriali più potenti del Paese sul terreno più simbolico possibile?
Giancarlo Devasini, classe 1964, è l’uomo chiave e allo stesso tempo il più invisibile. Formazione da chirurgo plastico, attraversa mondi molto diversi prima di arrivare alle criptovalute: medicina, informatica, commercio di software. Intuisce presto che il futuro non è solo tecnologico, ma monetario. Entra nel settore quando Bitcoin e affini sono ancora una frontiera instabile e poco frequentata. Oggi è l’azionista di controllo di Tether, il vero perno decisionale. Vive gran parte dell’anno a Lugano, parla pochissimo, evita interviste, riflettori e narrazioni personali. Eppure, se le stime che circolano su una possibile valutazione di 500 miliardi di dollari per Tether dovessero anche solo avvicinarsi alla realtà, Devasini potrebbe diventare uno degli uomini più ricchi del pianeta. Un paradosso coerente con il personaggio: più invisibile, più centrale.
Paolo Ardoino, invece, è il volto pubblico. Torinese, classe 1984, ingegnere informatico, entra nel mondo cripto come sviluppatore puro. Diventa prima il cervello tecnico e poi il CEO di Tether. È lui che parla, spiega, difende il modello di business, risponde alle accuse di opacità, dialoga con regolatori e mercati. Dove Devasini costruisce in silenzio, Ardoino racconta e provoca. È la coppia classica: stratega e narratore, capitale e visione, controllo e comunicazione.
Tether nasce nel 2014 e oggi ha sede a El Salvador, il Paese del presidente Nayib Bukele, che ha fatto del Bitcoin una bandiera politica. Il prodotto è semplice nella forma e potentissimo nella funzione: USDT, una stablecoin ancorata al dollaro, utilizzata come mezzo di scambio universale nel mondo cripto. Serve per comprare e vendere asset digitali senza passare dal sistema bancario tradizionale. In circolazione ce ne sono per oltre 180 miliardi di dollari. Secondo l’azienda, ogni token è coperto da riserve equivalenti, composte soprattutto da titoli di Stato americani, ma anche da oro, Bitcoin e altri asset.
È qui che Tether smette di sembrare solo una tecnologia e assume i contorni di un fondo di investimento globale. Le riserve producono interessi, soprattutto dopo il rialzo dei tassi deciso dalla Federal Reserve dal 2022 in poi. Quei rendimenti non vengono redistribuiti agli utenti, ma restano in azienda. Il risultato è una profittabilità fuori scala: 35 miliardi di utili dichiarati in tre anni, quasi 100 milioni per dipendente. Numeri che spiegano perché Tether oggi possa permettersi di investire ovunque.
La trasparenza dei conti resta il grande nodo. Tether non ha mai pubblicato un bilancio completamente certificato, ma solo attestazioni periodiche. Per i detrattori è una prova di opacità strutturale. Per il mercato, finora, non è stato un deterrente sufficiente. Anche perché i segnali di forza sono concreti. Tether investe in miniere d’oro in Canada, in aziende agricole in Argentina, in società di mining di Bitcoin, in media, in tecnologie futuristiche. Accumula lingotti fisici, finanzia l’ecosistema cripto e si comporta sempre più come un attore sovranazionale, libero dai vincoli tradizionali degli Stati ma capace di muovere capitali paragonabili a quelli di una banca centrale.
In questo quadro, la Juventus è solo un tassello, ma è quello più visibile. È il ponte tra il potere digitale e il potere simbolico. È il messaggio che Devasini e Ardoino non vogliono limitarsi a governare infrastrutture invisibili, ma intendono entrare nei luoghi dove si forma il consenso, l’identità, l’immaginario collettivo. Sfidare Exor non significa davvero voler comprare la Juventus domani mattina. Significa dire al Paese, e all’Europa, che esiste un nuovo centro di potere finanziario italiano, nato fuori dalle banche, fuori dalla Borsa, fuori dalle famiglie storiche.
Il calcio, in questo senso, è solo il megafono. La partita vera si gioca altrove, tra moneta digitale, geopolitica, finanza globale e nuove forme di sovranità economica. Ma quando il pallone rotola, tutti guardano. Ed è esattamente lì che Tether ha deciso di farsi vedere.
Bitcoin torna al centro del dibattito finanziario globale, ma non come molti sostenitori avrebbero sperato. Questa volta a colpire non è un regolatore o un politico, bensì una delle voci più autorevoli della finanza mondiale. Secondo Vanguard, il colosso che per decenni ha incarnato l’idea stessa di investimento razionale, paziente e basato sul valore, Bitcoin è poco più di un Labubu digitale, un oggetto speculativo che deve ancora dimostrare di possedere una reale funzione economica. Un giudizio netto, pronunciato non da un commentatore esterno ma da John Ameriks, responsabile della divisione quantitative equity del gruppo, figura che rappresenta perfettamente il pensiero strutturale della casa di investimento fondata da John Bogle.
Il contesto rende la dichiarazione ancora più significativa. Vanguard ha detto sì agli ETF Bitcoin, allineandosi di fatto al mercato dopo quasi due anni di rifiuto totale. Per lungo tempo il gruppo aveva impedito ai propri clienti di accedere a questi strumenti, ritenendoli incompatibili con la propria filosofia. Il successo commerciale degli ETF su $BTC, però, ha reso quella posizione sempre più difficile da sostenere. Dire sì non ha però significato sposare la narrativa dominante. Al contrario, Vanguard ha voluto ribadire una distanza culturale profonda, quasi identitaria, dal mondo delle criptovalute.
Per Ameriks il problema è semplice e allo stesso tempo radicale. Bitcoin non genera flussi di cassa, non produce dividendi, non consente compounding, cioè quell’accumulazione progressiva del valore che è alla base dell’investimento azionario di lungo periodo. È, in sostanza, l’opposto degli asset che Vanguard ha sempre consigliato ai propri clienti. Azioni, obbligazioni, fondi indicizzati sono strumenti che poggiano su una capacità misurabile di produrre reddito nel tempo. Bitcoin, no. E per questo viene trattato come un corpo estraneo, qualcosa che vive più di narrazione che di fondamentali.
L’immagine scelta da Ameriks è potente e volutamente provocatoria. Il Labubu, designer toy creato da Kasing Lung, è diventato negli ultimi anni uno status symbol globale. Alcune edizioni limitate raggiungono prezzi elevatissimi, sostenuti da una rarità decisa artificialmente e da una domanda fortemente speculativa. Il valore non deriva dall’utilità o dalla funzione, ma dal desiderio collettivo e dalla scarsità programmata. Secondo Ameriks, Bitcoin assomiglia più a questo che a un asset finanziario tradizionale. Un oggetto che vale perché altri sono disposti a pagarlo, non perché produce qualcosa.
Il parallelo è scomodo, soprattutto per chi vede in Bitcoin una nuova forma di oro digitale. Eppure, nel ragionamento di Vanguard, il punto non è negare che Bitcoin possa avere un prezzo, ma mettere in discussione l’idea che quel prezzo sia sostenuto da un valore intrinseco. Un concetto che, per la scuola di pensiero value, resta centrale. È vero che anche l’oro non produce flussi di cassa, ma l’oro ha una storia millenaria come riserva di valore, un uso industriale e una funzione monetaria sedimentata nel tempo. Bitcoin, al contrario, è giovane, volatile e ancora in cerca di una collocazione stabile nel sistema economico.
Ed è qui che la posizione di Ameriks diventa più interessante. Perché, pur definendolo un asset 100% speculativo, non chiude del tutto la porta. Esistono, secondo lui, scenari estremi nei quali Bitcoin potrebbe smettere di essere un semplice Labubu digitale e assumere un ruolo più serio all’interno di un portafoglio. Il riferimento è a contesti di inflazione elevata, instabilità politica, crisi di fiducia nelle valute fiat o nei sistemi finanziari tradizionali. In altre parole, Bitcoin come strumento di copertura, non come investimento produttivo.
È il cosiddetto debasement trade, una tesi già evocata da JPMorgan, secondo cui Bitcoin potrebbe funzionare come protezione contro la svalutazione sistemica delle valute. È anche la “scommessa contro il sistema” di cui ha parlato più volte Larry Fink, CEO di BlackRock, che pur muovendosi con maggiore pragmatismo rispetto a Vanguard, ha riconosciuto in Bitcoin un possibile hedge in scenari di stress globale. In questi contesti, Bitcoin non viene giudicato per ciò che produce, ma per ciò che rappresenta: una alternativa, una fuga, un atto di sfiducia verso l’ordine monetario esistente.
La differenza tra Vanguard e altri grandi player sta proprio qui. BlackRock ha scelto di cavalcare il mercato, offrendo ETF e lasciando che siano gli investitori a decidere il ruolo di Bitcoin. Vanguard, invece, mantiene una postura quasi pedagogica, ricordando che non tutto ciò che sale di prezzo è un buon investimento. È una posizione coerente con una filosofia che ha sempre privilegiato la disciplina, la diversificazione e la riduzione dei costi, piuttosto che la ricerca dell’asset “miracoloso”.
Il giudizio su Bitcoin come Labubu digitale non è quindi un insulto, ma una diagnosi culturale. Bitcoin vive oggi in una zona grigia tra tecnologia, ideologia e speculazione. Non è più un esperimento per cypherpunk, ma non è ancora un pilastro del sistema finanziario. È qualcosa che affascina, divide e polarizza. E proprio per questo genera valore di mercato. Ma il valore di mercato, ci ricorda Vanguard, non coincide automaticamente con il valore economico.
Il punto di frizione più profondo riguarda il ruolo di Bitcoin in un portafoglio. Per Vanguard, un asset deve avere una funzione chiara: crescita, reddito, protezione. Bitcoin, al momento, non rientra in nessuna di queste categorie in modo stabile. Può salire molto, ma può anche crollare. Può proteggere dall’inflazione in certi periodi, ma fallire clamorosamente in altri. È, appunto, speculazione. E la speculazione, nella visione di Ameriks, non è un male in assoluto, ma non può diventare la base di una strategia di investimento di lungo periodo.
Il fatto che Vanguard abbia comunque aperto agli ETF Bitcoin segnala però un cambiamento strutturale. Il mercato è ormai troppo grande per essere ignorato. I flussi, la domanda istituzionale e l’attenzione mediatica hanno reso Bitcoin un fenomeno sistemico. Ma l’apertura operativa non coincide con una legittimazione teorica. Vanguard consente l’accesso, ma continua a dire ai propri clienti che Bitcoin non è un asset come gli altri.
Alla fine, la metafora del Labubu digitale funziona proprio per questo. Un oggetto desiderato, raro, costoso, capace di generare profitti per chi lo scambia al momento giusto, ma privo di una funzione produttiva autonoma. Bitcoin, oggi, è ancora questo agli occhi del “re dei fondi”. Forse un giorno diventerà qualcos’altro. Ma per ora, secondo Vanguard, resta soprattutto uno specchio delle nostre paure, delle nostre aspettative e della nostra voglia di credere che da qualche parte esista un’alternativa al sistema.