Dal 1° gennaio il sistema fiscale italiano sulle criptovalute cambia in modo netto e immediato, introducendo una logica più severa e uniforme nel calcolo delle imposte. L’elemento che salta agli occhi è l’aumento dell’aliquota: le plusvalenze generate dalla vendita di crypto verranno tassate al 33%, superando il precedente 26% che aveva caratterizzato la disciplina fino al 2024. La trasformazione non si limita, però, a un semplice incremento numerico. La novità più rilevante riguarda l’abolizione della soglia di esenzione dei 2.000 euro, che consentiva ai piccoli investitori di operare con una certa tranquillità, sapendo che i guadagni minimi non sarebbero stati colpiti dal Fisco. Questa soglia, ormai, non esiste più, e ogni movimento in utile diventa fiscalmente rilevante.
Per comprendere fino in fondo la portata della riforma, conviene guardare a ciò che avveniva prima. Il sistema precedente prevedeva una tassazione del 26% sulle plusvalenze realizzate, ma solo quando si superava la soglia annua dei 2.000 euro. Gli scambi tra una criptovaluta e un’altra non erano considerati eventi imponibili: si pagava soltanto quando si rientrava in euro, oppure quando si acquistava un bene o un servizio utilizzando asset digitali. A complicare ulteriormente il quadro contribuivano gli exchange esteri, non obbligati a comunicare dati al Fisco italiano e responsabili di un ampio spazio di zone grigie in termini di controlli, verifiche e ricostruzione delle posizioni fiscali dei contribuenti.
Con l’arrivo del 2025 lo scenario si trasforma. Ogni plusvalenza è tassata, anche se minima. Un guadagno di pochi euro non sfugge più all’imposta e ricade nella nuova aliquota del 33%. La tassazione riguarda la maggioranza delle cripto-attività: Bitcoin, Ethereum, altcoin di qualsiasi livello, NFT, token di governance, rendimenti generati dalla DeFi, e in generale tutte le forme di valore digitale classificabili come attività finanziarie ai sensi delle nuove norme. In altre parole, la linea di confine fra investimenti marginali e portafogli articolati viene eliminata: il sistema fiscale ora ragiona in termini di monitoraggio integrale.
Esiste, invero, una categoria di asset che mantiene la precedente aliquota del 26%, ma si tratta di un perimetro estremamente ristretto. Sono i cosiddetti e-money token denominati in euro, cioè stablecoin europee emesse da soggetti autorizzati e riconosciuti come moneta elettronica secondo il quadro normativo aggiornato. Non rientrano in questa definizione i token più diffusi come USDT, USDC e DAI, che restano assoggettati al 33% perché non rispettano i criteri tecnici e giuridici dell’e-money riconosciuta.
Il terzo elemento decisivo è l’aumento della trasparenza. Le nuove norme europee impongono agli exchange la comunicazione dei dati al Fisco: transazioni, saldi, movimentazioni significative. L’epoca dell’autodichiarazione solitaria, basata su estratti spesso incompleti o su wallet difficilmente tracciabili, va verso una progressiva scomparsa. Questo non significa necessariamente un aumento immediato dei controlli, ma indica una direzione: il mercato delle criptovalute esce dalla sua zona d’ombra e viene portato dentro un perimetro fiscale più chiaro, più rigido e soprattutto più tracciabile.
Vitalik Buterin torna a far discutere il mondo crypto, e lo fa entrando in collisione con Zcash proprio sul tema più delicato della sua identità: la privacy. La contesa nasce da un post pubblicato questa mattina sul suo profilo X, dove il fondatore di Ethereum critica apertamente la possibilità che la governance di Zcash passi a un modello basato sul voto tramite token, cioè un sistema in cui ogni token posseduto equivale a un voto. Per parecchi progetti crypto questo modello è diventato la norma, spesso per dare ai token un’utilità aggiuntiva e per creare meccanismi di governance più aperti. Ma per Vitalik, che da anni denuncia i limiti strutturali del token voting, il rischio è ben più profondo: non è solo una questione tecnica, ma di sopravvivenza degli ideali cypherpunk.
Secondo Buterin, il problema centrale è che l’“holder mediano” dei token non avrebbe un interesse reale a difendere la privacy, un bene che non porta ritorni immediati e che spesso non viene percepito come necessario da chi guarda solo al prezzo o alle dinamiche speculative. La sua tesi è netta: lasciando una risorsa così fragile nelle mani della maggioranza, questa rischia di essere erosa lentamente, fino a svuotare l’essenza stessa di un progetto come Zcash. Buterin parla di una “dark hand of token voting”, denunciando i limiti di una governance dove il peso decisionale è proporzionale al capitale detenuto, e non alla competenza, alla visione o al valore pubblico da preservare.
Il fondatore di Ethereum non si limita a una critica estemporanea. Torna infatti su un suo articolo del 2021 in cui spiegava perché la governance basata sulle coin fosse intrinsecamente instabile, poco resiliente e inadatta a preservare i public goods, cioè quei beni collettivi che nessuno difende attivamente finché non scompaiono. Nel caso di Zcash, il public good per eccellenza è proprio la privacy, un diritto tecnologico che molti utenti danno per scontato ma che richiede investimenti, manutenzione, aggiornamenti costanti e una visione chiara del percorso evolutivo del protocollo. Buterin solleva la domanda cruciale: chi garantisce la continuità di questi aggiornamenti in un modello di governance dominato dalla volatilità degli interessi individuali?
Il dibattito, naturalmente, non si è chiuso qui. Tra le risposte più rilevanti c’è quella di Mert Mumtaz, figura di riferimento dell’ecosistema Solana e sempre più attivo nelle discussioni che riguardano Zcash. Con una citazione provocatoria ispirata a Churchill, Mumtaz afferma che il voto tramite token è “la peggiore forma di governance, eccetto tutte le altre”. La sua tesi è opposta a quella di Vitalik: secondo lui la token governance allinea gli interessi degli holder con quelli del protocollo, crea responsabilità diretta attraverso lo skin in the game e permette una partecipazione diffusa che altri modelli non riescono a garantire. Per Mumtaz, le critiche di Buterin sarebbero legate a un momento storico diverso, quello del 2021, e poco rappresentative della maturità attuale del settore.
Il confronto tra Vitalik e Mumtaz è più di una diatriba tecnica: è lo specchio di una frattura ideologica che attraversa tutto il mondo Web3. Da una parte c’è chi vede nella governance on-chain un passaggio necessario verso una democrazia del capitale; dall’altra chi teme che questa logica finisca per sacrificare valori fondamentali, come la libertà, la privacy, l’assenza di coercizione e il mantenimento dei public goods. Zcash diventa così un terreno di scontro simbolico, in cui si decide non solo la direzione del protocollo, ma il modo in cui l’intero ecosistema crypto pensa il potere, la partecipazione e la tutela dei diritti digitali essenziali.
L’amministratore delegato di BlackRock, Larry Fink, insieme al direttore operativo Rob Goldstein, ha spiegato che la tokenizzazione ha superato perfino l’impatto storico di SWIFT nel trasformare il settore finanziario. Una dichiarazione che non nasce dall’entusiasmo del momento, ma dall’osservazione diretta di come i mercati globali stiano cambiando sotto la spinta dei registri digitali programmabili, capaci di modernizzare infrastrutture che da decenni risultano lente, costose e spesso opache. Per i due dirigenti, la tokenizzazione non è una moda tecnologica, ma un salto di qualità paragonabile all’introduzione della messaggistica elettronica in banca negli anni ’70. E come ogni rivoluzione, richiede strumenti di protezione avanzati per garantire che gli investitori operino in un ambiente sicuro, trasparente e affidabile.
BlackRock insiste su un punto preciso: la tokenizzazione può accelerare il funzionamento del sistema finanziario solo se è progettata su solide misure di sicurezza. Servono regole chiare per tutelare gli acquirenti, standard rigorosi per il rischio di controparte e sistemi di identità digitale in grado di resistere agli shock operativi che possono verificarsi quando miliardi di dollari di asset vengono scambiati in tempo reale. Fink e Goldstein ricordano che la velocità da sola non basta a costruire fiducia. In un mondo in cui le transazioni vengono effettuate in pochi millisecondi, il rischio si muove altrettanto velocemente, e solo un’infrastruttura robusta può evitare effetti domino tra piattaforme e intermediari.
Per comprendere la portata di ciò che sta accadendo, i due dirigenti richiamano l’evoluzione delle negoziazioni dal 1976, anno in cui Fink iniziò la propria carriera. All’epoca le operazioni venivano gestite telefonicamente, annotate su carta e concluse tramite corrieri che consegnavano certificati fisici. Un sistema lento e vulnerabile agli errori. L’introduzione di SWIFT nel 1977 ha rappresentato una svolta storica, standardizzando la messaggistica interbancaria e riducendo i tempi di regolamento da giorni a minuti. Ma oggi quella stessa infrastruttura, considerata rivoluzionaria solo pochi decenni fa, appare insufficiente rispetto alle esigenze di una finanza che corre alla velocità della luce. La tokenizzazione consente infatti trasferimenti immediati su registri verificabili da tutte le parti, senza la necessità di passaggi intermedi.
Secondo The Economist, Fink e Goldstein considerano la tokenizzazione come l’ingresso della finanza nella prossima grande trasformazione strutturale. Le sue origini risalgono alla nascita di Bitcoin nel 2009, che ha introdotto la blockchain come tecnologia decentralizzata, capace di registrare proprietà e transazioni in un archivio condiviso e immutabile. Quella stessa tecnologia, nella visione di BlackRock, non ha il suo potenziale maggiore nella criptovaluta, ma nella capacità di rappresentare qualsiasi asset in modo digitale, verificabile e globalmente accessibile.
I due dirigenti osservano che, per molti anni, la tokenizzazione è rimasta incomprensibile perché intrappolata nella narrativa del boom delle criptovalute. Il mercato guardava ai token come strumenti speculativi, ignorando il fatto che la blockchain poteva registrare e trasferire in codice ciò che è sempre stato scritto su carta. Con la tokenizzazione, la proprietà di un bene – che si tratti di un titolo, un’obbligazione, un immobile o perfino un’opera d’arte – può essere rappresentata in un registro digitale verificabile, accessibile istantaneamente da qualunque continente.
Fink e Goldstein sottolineano due vantaggi decisivi. Il primo è la possibilità di regolare le transazioni all’istante, eliminando l’incertezza che oggi caratterizza i mercati, dove acquirenti e venditori attendono ore o giorni prima che un ordine risulti effettivamente completato. Il secondo è la sostituzione della carta con il codice, in modo che processi ancora basati su fogli Excel, documenti manuali e verifiche ripetitive possano essere automatizzati, riducendo costi operativi ed errori umani.
Per BlackRock, la tokenizzazione può anche allargare l’universo degli asset investibili oltre il perimetro tradizionale di azioni e obbligazioni. Un sistema basato su registri programmabili permette infatti di suddividere qualsiasi bene in unità digitali frazionabili, ampliando l’accesso anche a chi oggi non dispone delle risorse necessarie per partecipare a mercati considerati elitari o troppo illiquidi. Ma perché questa rivoluzione possa funzionare, è fondamentale affrontare gli ostacoli normativi che ancora separano la finanza tradizionale da quella tokenizzata.
Il rapporto di Fink e Goldstein evidenzia che il percorso dalla visione all’adozione è complesso. La regolamentazione rappresenta la sfida principale: non esiste ancora un quadro globale uniforme, e le norme attuali sono spesso pensate per strumenti analogici, non per asset digitali programmabili. Tuttavia, i due dirigenti ritengono che i vantaggi siano troppo rilevanti per essere ignorati. Le infrastrutture dei mercati globali – il loro “impianto idraulico”, come lo definiscono – stanno già venendo riprogettate per accogliere questa nuova architettura.
Nel frattempo, il ruolo dei regolatori diventa cruciale. Devono agire come un ponte tra finanza tradizionale e tokenizzazione, garantendo che le due realtà possano collaborare e non competere. Fink e Goldstein spiegano che non è necessario scrivere un regolamento completamente nuovo per gli asset tokenizzati. È più efficace aggiornare le norme esistenti affinché possano governare sia strumenti digitali che strumenti tradizionali in modo coerente. La regola fondamentale è chiara: i rischi devono essere valutati in base alla loro natura, non alla loro forma. “Un’obbligazione è pur sempre un’obbligazione, anche quando è basata su una blockchain.”
L’analisi dei due dirigenti trova un’eco nella riflessione di Andrew Sorkin, che ha rivisitato i fallimenti del sistema finanziario del 1929 per spiegare come le inefficienze tecnologiche possano amplificare gli shock economici. All’epoca, i titolari di borsa accumularono ritardi di ore perché non riuscivano a processare l’esplosione degli scambi. Oggi, paradossalmente, un sistema iper-digitale potrebbe soffrire dello stesso problema se la diffusione della tokenizzazione superasse le tutele normative. È uno scenario che Fink e Goldstein non escludono: l’innovazione può risolvere problemi storici, ma può crearne di nuovi se la regolazione non procede alla stessa velocità.
Il messaggio finale è netto. La finanza non sta vivendo un’evoluzione marginale, ma sta entrando pienamente nell’era della tokenizzazione. I trasferimenti istantanei sono già realtà. L’idea di un registro unico e verificabile non è più teoria. Le infrastrutture digitali stanno trasformando il modo in cui i mercati nascono, operano e si evolvono. E mentre la tecnologia accelera, la responsabilità diventa il fattore decisivo per garantire stabilità, fiducia e crescita sostenibile.
Brian Armstrong arriva sul palco del prossimo evento DealBook come uno dei protagonisti più attesi nella discussione sul futuro del denaro e dei mercati globali. La sua presenza non è casuale: da anni il CEO di Coinbase rappresenta una delle voci più influenti nell’evoluzione dei sistemi finanziari digitali, sostenendo con forza l’idea che tecnologie come la tokenization possano ridefinire il modo in cui gli asset vengono trasferiti, custoditi e utilizzati. Armstrong partecipa al dibattito non come osservatore esterno, ma come innovatore diretto di un settore che sta attraversando una trasformazione radicale. Il suo lavoro insiste su un punto chiave: ridurre gli attriti che ancora frenano la piena integrazione degli asset digitali nella vita economica quotidiana.
Una prova concreta di questo impegno è la recente introduzione dello stacco istantaneo, una funzione progettata per eliminare il ritardo nel trasferimento degli asset crittografici al momento dello sblocco o della maturazione. Dove prima gli utenti dovevano attendere tempi tecnici che rallentavano la movimentazione del capitale, Armstrong propone una soluzione immediata, ispirata ai modelli di settlement in tempo reale che caratterizzeranno i mercati del futuro. È un passo che si inserisce nella sua visione più ampia: un ecosistema finanziario in cui la distanza tra decisione e esecuzione tende a zero, e dove la blockchain diventa una piattaforma operativa capace di ridurre inefficienze storiche.
Parallelamente, Armstrong esplora un altro fronte destinato ad accelerare l’adozione delle criptovalute: l’integrazione tra consumer rewards e blockchain. Il suo programma che offre un earn-back in Bitcoin sugli acquisti quotidiani dimostra come la tecnologia possa entrare in modo naturale nei comportamenti dei consumatori, avvicinando le persone al mondo digitale senza necessità di formazione tecnica o esposizione a rischi eccessivi. Trasformare una ricompensa tradizionale in un asset digitale trasferibile e potenzialmente apprezzabile significa rendere concreto ciò che fino a pochi anni fa sembrava un concetto astratto: usare la blockchain non per speculare, ma per partecipare a una nuova economia.
Il punto centrale dell’intervento di Armstrong a DealBook ruoterà attorno alla tokenization, definita da molti analisti come la fase successiva della trasformazione finanziaria. Se oggi la blockchain ha permesso la nascita di nuove asset class, la tokenizzazione promette di portare su protocolli digitali anche strumenti tradizionali come azioni, obbligazioni, immobili o beni illiquidi. La possibilità di rappresentare qualsiasi diritto di proprietà sotto forma di token apre scenari di liquidità istantanea, frazionamento accessibile e settlement immediato, riducendo drasticamente i costi e ampliando la partecipazione ai mercati.
Armstrong vede questa evoluzione come un passaggio inevitabile, un ponte tra finanza tradizionale e innovazione tecnologica. Non a caso, molte delle iniziative di Coinbase si stanno orientando verso infrastrutture capaci di supportare il trasferimento istantaneo di qualsiasi tipo di asset, non solo di criptovalute. La sua visione punta a un sistema in cui utenti e istituzioni possono operare con la stessa semplicità con cui oggi inviano un messaggio, ma con un livello di sicurezza superiore grazie ai registri distribuiti.
Sul palco, insieme ad altri leader del settore, Armstrong porterà un messaggio chiaro: il futuro dei mercati si giocherà sulla capacità di integrare tecnologie che migliorano l’efficienza senza sacrificare la sicurezza. L’obiettivo non è sostituire la finanza tradizionale, ma superarne i limiti strutturali, creando un ecosistema dove ogni transazione – dal pagamento quotidiano all’investimento più complesso – possa essere eseguita in modo trasparente, veloce e conveniente. Il dialogo che nascerà durante l’evento avrà al centro una domanda decisiva: come trasformare la blockchain da fenomeno innovativo a infrastruttura quotidiana? Armstrong, con la sua esperienza e le sue scelte strategiche, sembra già avere una parte della risposta.
BlackRock ha deciso di parlare chiaro sulla tokenizzazione, e lo ha fatto con la forza di chi conosce meglio di chiunque altro le dinamiche profonde dei mercati globali. Larry Fink, CEO del colosso, insieme al COO Rob Goldstein, ha paragonato l’attuale fase della tokenizzazione agli albori di Internet commerciale, un momento in cui tutto stava per cambiare senza che il pubblico se ne rendesse davvero conto. Il punto di partenza è semplice: negli ultimi venti mesi, la tokenizzazione degli asset reali è cresciuta del 300%, un ritmo che supera qualsiasi previsione e che per BlackRock dimostra come non si tratti più di una tendenza di nicchia, né tantomeno di un entusiasmo passeggero legato alle criptovalute. Per i due dirigenti, la tokenizzazione rappresenta l’evoluzione più naturale e necessaria delle infrastrutture finanziarie globali, un passaggio che permetterà di trasformare registri, contabilità e regolamenti con la stessa radicalità con cui la rete ha rivoluzionato l’informazione, il commercio e la comunicazione negli anni ’90.
Fink ricorda con lucidità il funzionamento dei mercati negli anni ’70, quando le transazioni venivano gestite al telefono, annotate a mano e chiuse tramite corrieri che consegnavano certificati cartacei. Un mondo lento, inefficiente, vulnerabile agli errori e incapace di sostenere la velocità della finanza moderna. L’introduzione dello standard SWIFT nel 1977 ha trasformato quel panorama, riducendo tempi di regolamento e margini di errore, ma ha lasciato intatta una struttura basata su molteplici intermediari e su processi frammentati. La blockchain, secondo Fink e Goldstein, è il passo successivo di questa lunga corsa verso la modernizzazione. Non un’alternativa ai mercati, bensì il loro aggiornamento strutturale. Un registro condiviso, verificabile in modo indipendente dai partecipanti, che permette la gestione della proprietà e delle transazioni senza dover dipendere da un unico soggetto centrale.
In questa visione, la tokenizzazione diventa un upgrade dell’intero sistema finanziario. BlackRock insiste su un concetto fondamentale: quasi ogni tipo di asset può vivere su un registro digitale programmabile. Azioni, obbligazioni, valute, immobili, qualunque cosa possa essere rappresentata da un diritto di proprietà può essere convertita in un token e custodita in un unico archivio digitale globale. L’impatto sarebbe enorme. Le finestre di regolamento si comprimerebbero, i costi amministrativi verrebbero tagliati, gli errori operativi si ridurrebbero drasticamente e gli investitori potrebbero accedere a categorie di asset oggi troppo complesse o troppo costose da gestire. BlackRock descrive un futuro in cui la digitalizzazione non crea nuovi strumenti speculativi, ma rende più liquidi, più trasparenti e più inclusivi gli strumenti già esistenti. La frase scelta dai due dirigenti è emblematica: “Un’obbligazione è pur sempre un’obbligazione, anche se vive su una blockchain.”
La tokenizzazione, dunque, non sostituisce i mercati tradizionali, ma li connette, li semplifica e li rende interoperabili. La liquidazione più rapida riduce il rischio di controparte, mentre la possibilità di suddividere gli asset in unità digitali frazionarie consente a chiunque di accedere a beni che prima erano riservati ai grandi patrimoni. Un immobile, un’opera d’arte, una quota di un fondo privato possono essere tokenizzati e frazionati in modo che l’investitore finale acquisti esattamente la porzione che desidera, con costi marginali quasi nulli e trasferimenti immediati.
Fink e Goldstein osservano che l’adozione più rapida si sta verificando nei mercati emergenti, dove l’accesso bancario è limitato e la tecnologia rappresenta un’occasione per saltare interi cicli di sviluppo. Ma allo stesso tempo sottolineano che molte delle aziende meglio posizionate per guidare la transizione si trovano negli Stati Uniti, dove l’ecosistema fintech e le infrastrutture tradizionali stanno convergendo verso un modello ibrido. A loro avviso, il momento attuale è paragonabile al 1996: Amazon aveva appena iniziato, Google non esisteva, e nessuno poteva immaginare che Internet sarebbe diventato il sistema operativo del mondo. Oggi, la tokenizzazione si trova nella stessa fase embrionale: piccola nei numeri, ma destinata a diventare la spina dorsale dei mercati.
BlackRock non si limita a commentare la tendenza, ma la sta già guidando. Il fondo monetario tokenizzato BUIDL, basato su infrastruttura blockchain pubblica, ha superato i 2 miliardi di dollari di valore, rendendolo uno dei casi d’uso più solidi e credibili della tokenizzazione. Parallelamente, la società ha rafforzato la propria presenza nel settore degli asset digitali con gli ETF spot su Bitcoin ed Ethereum, che complessivamente hanno attratto oltre 75 miliardi di dollari di afflussi netti. Per Fink e Goldstein, questi strumenti non rappresentano un allontanamento dal modello BlackRock, ma un ampliamento dell’offerta destinato a convergere con la tokenizzazione stessa. L’idea che gli investitori finiranno per acquistare, vendere e detenere qualsiasi tipo di asset attraverso un unico portafoglio digitale è, nella loro visione, più che una possibilità: è un esito probabile.
Un punto cruciale dell’analisi riguarda il ruolo della regolamentazione. La tokenizzazione può modernizzare i mercati, ma solo se le norme evolvono. BlackRock chiede tutele più chiare, standard più rigorosi per il rischio di controparte, sistemi di identità digitale avanzati e un aggiornamento delle regole esistenti, senza creare categorie nuove che rallenterebbero l’adozione. Gli asset tokenizzati nel mondo sono ancora una frazione minima rispetto alle dimensioni complessive dei mercati finanziari globali, ma il ritmo di crescita – triplicato in meno di due anni – indica che la diffusione sta accelerando.
L’ostacolo principale non è tecnologico: è culturale, normativo e operativo. Le istituzioni devono decidere quanto velocemente vogliono facilitare questa transizione. Gli investitori devono acquisire familiarità con i portafogli digitali. Le aziende devono ripensare i propri processi interni, oggi spesso costruiti su fogli Excel, documenti manuali e catene di responsabilità frammentate. Per BlackRock, la tokenizzazione è la naturale risposta a questo mondo ancora troppo lento rispetto alle esigenze della finanza globale.
L’immagine finale lasciata da Fink e Goldstein è potente. Il prossimo decennio assomiglierà ai primi anni del boom di Internet: una fase caotica, veloce, piena di esperimenti, errori, successi improvvisi e trasformazioni radicali. Le aziende che già oggi comprendono il valore dei registri digitali programmabili si troveranno nella stessa posizione di quei pionieri del web che, nel 1996, vedevano in Internet qualcosa di più di un canale alternativo. Allo stesso modo, chi oggi osserva la tokenizzazione come un fenomeno marginale rischia di trovarsi impreparato quando diventerà parte integrante dell’intero sistema finanziario.